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Racconti metrop(p)olitani – Puntata 02

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Non c’è niente di più democratico della fermata dell’autobus. Tutti sulla pensilina, ad aspettare il mezzo pubblico, che piova o splenda il sole. Pari opportunità per tutti: se piove, e c’è una tettoia, chi è più bravo ci si infila sotto e si copre; gli altri, doccia.

E poi c’è l’attesa. Si aspetta insieme, che il bus o il tram sia in ritardo, in orario o anticipo. Qualcuno si arrabbia e siamo alle solite. Un paio di persone chiacchierano a cellulare, non si capisce se per ingannare l’attesa o per effettiva urgenza comunicativa. Lì in fondo due fidanzatini adolescenti si baciano e viene da chiedermi perché alla loro età non ero così. Sotto la palina la vecchina si interroga sulla linea da prendere per andare al mercato (ma continua a ignorare la direzione giusta da seguire).

Voci che si accavallano da ogni lato: frammenti di discussioni, brandelli di “Come stai” e “Che fai” e “Allora ci vediamo un’altra volta”. I pezzi di una trentina di vite che si intrecciano grazie a un autobus che non arriva mai e poi si sfaldano di fermata in fermata.

La ragazza castana che arriva verso la pensilina guarda per terra assorta in pensieri indecifrabili per i maschietti del bar che le guardano un sedere troppo vistosamente oscillante da sinistra a destra a sinistra a destra secondo il suo incedere. Si piazza nel cuore della democrazia da pubblico servizio. Guarda l’orologio, sorride ai fidanzatini e prende il cellulare. Schiaccia sicura dei tasti, poi avvicina il telefono all’orecchio e inizia a parlare, a voce alta, in una lingua a me incomprensibile: rumeno? Russo? Magari un dialetto di Kiev sud.

Parla per cinque minuti, quasi consecutivi, stoppandosi di colpo forse per ascoltare il suo interlocutore, o magari per dargli il modo e il tempo di riprendersi da quella gragnuola di parole. Parla che sembra concitata, ma nel resto è tranquilla: non si agita, non gesticola, non si muove da dove si è fermata pochi istanti prima.

Parla senza che nessuno la capisca, e almeno due terzi di noi non la vuole capire semplicemente perché immerso nei fatti suoi, e senza che nessuno le passi vicino. Non è bella, ma tanti la guardano. Non dice cose interessanti per chi la circonda, eppure qualcuno sembra pendere dalle sue labbra screpolate.

Rumore di freni che fischiano e sembrano sospirare: «Finalmente ci siamo, l’11 è qui». La ragazza tace un istante e guarda la palina. Mentre salgo sul bus e mi volto verso il finestrino la vedo con il telefono in mano scattare verso le porte dell’11 che si stanno chiudendo e tentare di salire al volo sul bus. Ma oggi l’autista non è in vena di gentilezze, le porte si chiudono e il motore del mezzo sbuffa: «L’11 riparte, chi c’è c’è». E lei si rimette a parlare al telefono, ma stavolta sì che gesticola.

Titolo: Se ne dicono di parole.

Cosa sono i Racconti metrop(p)olitani? Scoprilo!

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Written by Pitrocchio

7 dicembre 2012 a 10:27

Pubblicato su Racconti metropolitani, Reality

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