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Racconti metrop(p)olitani – Puntata 04

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Mi chiudo alle spalle la porta di casa, controllando una marea di volte il mazzo di chiavi che ho in tasca per evitare brutte sorprese al mio rientro. Giro la chiave nella serratura, mi assicuro che la porta sia ben chiusa e mi avvio verso le scale per scendere in strada.

Pomeriggio libero dai corsi universitari, oggi. E un mercoledì di ottobre così frizzante toglie la voglia di stare in casa a studiare. Sul marciapiedi mi guardo intorno, il classico pomeriggio lavorativo di una grande città. Auto in corsa, uomini in giacca e cravatta, signore con un passeggino che entrano nel parchetto poco distante. Attraverso la strada con poca attenzione, cosa rara per me, e per poco non vengo colpito dal furgone del corriere espresso che non si degna nemmeno di insultarmi tanto va di fretta.

Alla fermata del bus poco distante guardo la palina, evitando di soffermarmi sul percorso della linea che mi accompagna all’università: uscendo, ho deciso che sarei salito su un autobus a caso, avrei contato non meno di dieci fermate, dopodiché sarei sceso a caso, in una zona della città che non conosco. In realtà, il gioco è facile, perché mi trovo qui da un mesetto o poco più e quindi ignoro la topografia di quasi tutta la città: ecco perché mi va bene una direzione qualsiasi. Faccio così perché vorrei imparare a conoscere le strade, essere autonomo negli spostamenti dato che solo perdendosi si impara a orientarsi; ma, soprattutto, lo faccio perché sono solo.

Non ho niente da fare, né conosco qualcuno con cui passare un pomeriggio. Niente amici quaggiù,  nessuna commissione urgente da fare, nemmeno un prete per chiacchierar. Tolti i corsi universitari, un po’ di studio e l’espletazione di minime questioni (spesa, cucinare, mangiare) sono in balia del tempo che non scorre. Incapace di socializzare, chiacchiero un po’ con compagni di corso che trovo casualmente in aula, ma ognuno sembra o troppo impegnato nello studio o preso da amicizie e amori.

Mentre pranzavo e una pubblicità televisiva si rivolgeva al ‘tu’ spettatore ho realizzato che erano giorni che non parlavo con qualcuno, se escludevo qualche telefonata a mia madre o a un amico a qualche centinaio di chilometri distanza. Non avevo relazioni umane da domenica sera, quando il controllore sul treno mi aveva rivolto la parola per dirmi «Biglietto grazie». Devo parlare con qualcuno, vedergli muovere la bocca, magari gesticolare. Così sono uscito. «Esco, vedo gente, magari entro in un bar e scambio due parole con un cliente o il gestore – ho pensato – o passo dalla Facoltà, se sono fortunato riconosco qualche compagno di corso».

Intanto l’autobus è arrivato, salgo senza biglietto e mi siedo a metà del mezzo. Prima fermata, seconda, terza. «Sarebbe bello fare una partita a pallone». Sette fermate, otto, nove: comincio a pregustare che cosa troverò una volta sceso dal bus. «Mi piacerebbe che ci fosse un bel parco, per una bella passeggiata tra gli alberi». Scendo dopo una dozzina di fermate. Mi guardo intorno, spaesato come è ovvio che sia, ma anche carico di voglia di fare, di parlare, di camminare e – perché no? – anche di amare.

Insomma, ho voglia di tornare a essere un essere umano.

Titolo: Solo, troppo solo pt. 1.

Cosa sono i Racconti matrop(p)olitani? Scoprilo!

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Written by Pitrocchio

7 febbraio 2013 a 16:45

Pubblicato su Racconti metropolitani, Reality

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