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Racconti metrop(p)olitani – Puntata 06

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Ci sono quattro persone in attesa di un autobus alla mia solita fermata: «Niente di meglio di uscire dall’ufficio alle tre e emzza per non trovare gente sui mezzi», è la frase con cui battezzo la situazione.

Appoggio un’occhiata veloce a una minigonna sbarazzina, troppo corta e sgargiante prima di rendermi conto che il mio 11 è in arrivo, insolitamente puntuale. Le lisce gambe intraprendenti terminano in un paio di scarpette gialle che non fanno che muoversi in pochi centimetri quadrati di marciapiedi: fosse giovedì, mi avvicinerei alla ragazza. Invece è martedì, e il martedì il mio secondo lavoro mi reclama come una fidanzata a cui vuoi più bene di quanto in realtà meriti. Aspetto l’apertura delle porte davanti e salgo sul bus: quasi vuoto, ottimo.

Afferro uno degli appositi sostegni, cercando un punto in cui il metallo è freddo, stringendo tra i piedi lo zaino. «L’hai vista quella con le scarpe gialle?», fa uno alla mia sinistra. Trenta secondi di pensieri in rapida successione: 1) ce l’ha con me? 2) chi è? 3) ha visto come guardavo quella ragazza? 4) è suo padre? Il suo fidanzato? 5) scendo alla prossima fermata. «L’hai vista? Pare Veronica qualche anno fa». Sospiro di sollievo: non conosco nessuna Veronica, ergo il tizio non parla con me, né è un suo congiunto difensore violento. Riacquisisco un colorito umano e mi volto a osservarlo.

Uomo basso, di una certa età, vestito come tanti sessantenni di oggi – cioè come i quarantenni di ieri – sguardo fisso sulla strada mentre parla la conducente. «Veronica ha fatto un altro figlio dopo che te ne sei andato, Maichel lo ha chiamato». «Maichel», penso, chiedendomi se si tratta di un difetto di pronuncia o di un addetto all’anagrafe poco incline al nome straniero. «T’ho ricordi don Miche’, quello del bar? Il bar…di don Miche’», chiede il signore. Il conducente annuisce, mette la freccia a sinistra e abbozza la svolta: «Sì, don Miche’». «Eh, quello vende tutto mo’, vende il bar, vende i mobili, vende pure chi se lo compra il bar!», prova a fare il simpatico il pensionato. I due sembrano conoscersi, o almeno avere un vissuto comune.

Il bus riparte dalla mezza svolta a sinistra. Piccolo strappo in partenza, signora con una borsa elegante rischia il volo. «A quello gli danno un po’ di soldi e lui ci fa la pensione per la moglie», sintetizza il più attempato dei due. «Se a me mi davano quello che mi dovevano me lo aprivo pure io un bar, ci mettevo a tua madre alla cassa e pure a Giorgio, faceva il caffè, il cappuccino, l’aperitivi e tutto quanto – prosegue, mentre sembra strizzare l’occhio al conducente – Mica male il vecchio». L’autista nemmeno lo guarda, chiude le porte alla penultima fermata prima della stazione e riparte. Ancora uno strappo in partenza.

«Mattè, ma tu ci lavoravi vicino a tuo padre se tenevo un bar?», chiede il sessantenne, tenendo l’aria di uno che fa una boutade. «Io, te , mamma e Giorgio tutti insieme? Pà, tu sei pazzo», fa l’autista guardando alla sua destra, solo apparentemente alla porta del bus che si chiude. Il più vecchio dei due sta guardando avanti a sè da quando ha fatto la sua domanda irriverente, forse pentito, forse speranzoso in una risposta affermativa. «Dicevi sì e tutto si risoveva, tuo padre era contento e tu tenevi pulita la coscienza», penso. «Lo sai che la moto va ancora? Una volta che c’è il sole la voglio prova’», ribatte l’anziano.

I freni stridono un poco, la fermata è la mia. Passo dietro al signore che gesticola fingendo di accendere una moto col pedale. Mentre poggio il piede sul marciapiedi lo sento imitare il rumore di un motore con la bocca. L’autista si gira ancora, verso la porta, verso il padre o verso di me. Serio, attende la mia uscita e chiude la porta. Ripartendo, forse, ripenserà al bar che suo padre ha sognato di aprire con lui.

Titolo: Vietato parlare al conducente.

Cosa sono i racconti metrop(p)politani? Scoprilo!

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Written by Pitrocchio

7 luglio 2013 a 10:01

Pubblicato su Racconti metropolitani

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