Pitrocchio on line

Un blog che parla di tutto e di niente, come se ce ne fosse davvero bisogno!

Leoni, agnelli e quella strana sensazione di aver sprecato tempo e talento

leave a comment »

Cominciamo dall’inizio, quando cioè un amico di nome Mauro mi suggerisce di guardare il film Leoni per agnelli, in un momento – forse il 2008 – in cui si parla di filosofia e politica. Heidegger viene citato qualche volta più di Marx. Una roba noiosa da sfigati, insomma. Ma il film no, merita – almeno così dice.

All’inizio, quel film è solo un suggerimento, uno dei tanti – e parlo solo della categoria di pellicole da guardare. A casa ho uno scatolone pieno di consigli ricevuti, accettati e poi dimenticati. Un giorno lo aprirò, forse. Ma torniamo al film, che è più interessante. Se interessa la trama, rimando a Wikipedia. Quello che voglio provare a fare è capire: perché mi sia piaciuto così tanto, perché dovrebbe essere visto da molti e in altre ripetute occasioni, almeno da me. Voglio provare a vedere cosa si trova dietro alla regia di Robert Redford e alla bravura di Maryl Streep come attrice.

In questo film ci sono tanti elementi. C’è la stampa americana (ma mi viene quasi voglia di dire ‘italiana’) che, dopo l’11 settembre, è diventata più accondiscendente con il potere perché c’è un orgoglio patrio da difendere, da issare in cielo con roboante trionfo. Ci sono i politici americani (va da sé che posso trovare il modo per paragonarli a quelli italiani, almeno nei modi) che sono belli presi da loro stessi, dalle proprie ambizioni, dalla loro cieca volontà di fare ‘ciò che devono’ senza avere la minima idea di come fare per ottenerlo (e senza nemmeno lontanamento prendere in considerazione l’ipotesi di valutare le conseguenze delle proprie scelte). Ci sono poi due militari in Afghanistan, che non sono il simbolo retorico del coraggio, ma sono due ultimi (un nero e un messicano, negli Usa…), sono due che si impegnano, bravi perché hanno voglia di fare. E sono due che fanno almeno due scelte sbagliate. C’è poi uno studente che, a detta del suo professore, o sta sprecando la propria vita o la sta conducendo sui binari della più perfettamente oliata tratta del conformismo.

Le cose vanno bene o vanno male? Il senatore che parla di ‘guerra al terrore’, di ‘nuova strategia militare’, di caduti in guerra e di famiglie che li attendono – forse cadaveri – ebbene, lui parla dal suo ufficio, elegante vestito, senza averla mai vista la guerra. E la fa lui, nel senso che la progetta. Ma la giornalista che gli fa le domande – e che cade nel suo tranello, lasciandosi trascinare in un gioco di riconoscimento dei propri errori – non è migliore di lui. Lo incalza, inizialmente, conscia del suo ruolo, del dover essere ‘contro’ il potere, forse perché lei ne rappresenta un altro di potere. Ma poi ricade indietro, e lo capisce: ha dato informazioni di propaganda. Ha sguazzato nel mare ipocrita della retorica del reduce, o del caduto in guerra. Ha avallato la diffusione di notizie leggere, di intrattenimento.

I due militari, due amici, due che hanno studiato per diventare qualcosa di più di quel che erano prima di arruoalrsi, si spartiscono le scene finali del film, dando la prova allo spettatore che quelle chiacchiere del senatore e della giornalista erano davvero solo chiacchiere. Parole dette a chilometri di distanza, su cartine disegante da un drone, con scarso rispetto per la carne da macello che si divide la scena (quella vera) nei teatri di guerra del mondo. Non è la strategia militare che ci manca, ma la capacità di vedere altro dalla guerra. Altro, forse di più, forse di meno. Il ragazzo, alla fine, piace pensare che abbia capito due o tre cose sulla vita e sul fatto che diventare adulti non è una cosa che si sceglie, ma di cui ci si accorge in seconda battuta. Chissà, mi piacerebbe pensare di no, anche se mi sorprendo a credere che un giovane promettente trova sempre il modo per trovare la sua strada e mantenere le promesse.

Errori, redenzione, seconde occasioni. Il film ruota attorno tutto questo. Lo dico con una frase che vuol dire tutto e non vuol dire niente: non è una lotta per la vita, ma una lotta della vita. Ovvero, è la vita: c’è chi sbaglia, chi cade e si rialza e chi ha imparato a dissimulare il pentimento per degli errori senza essere né pentito, nè consapevole di aver commesso errori. Facile è dire chi è il peggiore del gruppo, un po’ più difficile è dire se lo spettatore non sia come lui – se non peggio.

Annunci

Written by Pitrocchio

27 ottobre 2013 a 14:27

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: