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Le tre buone azioni che non migliorarono la mia vita

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Una giacca, un ombrello, una chiavetta per navigare in internet. Abbiniamo questi oggetti a un uomo calvo e atletico, a una biondona prosperosa e a un signore dinoccolato dai capelli bianchi. Da Torino a Genova, la cronaca delle mie ultime tre buone azioni quotidiane e delle loro conseguenze.

Torino, zona corso Belgio, tardo pomeriggio: attraverso la strada un paio di metri dopo un signore magro, slanciato e con un passo da maratoneta. A metà strada la giacca che teneva appoggiata a una valigetta scivola per terra, cade e richiama il mio sguardo. Chiamo il signore, o la giacca, per attirare l’attenzione: «Signore, la giacca!», esclamo due volte. Quello si volta mi vede ha paura: ma poi capisce, raccoglie la giacca e ringrazia. Cinque minuti dopo arrivo alla mia macchina: ruota posteriore destra bucata. Grazie karma.

Treno Intercity 511, stazione di Genova Piazza Principe: il mio unico compagno di viaggio, un signore che si muove come se per la prima volta avesse a che fare con la forza di gravità, si alza dal sedile per scendere alla sua fermata. Pochi secondi dopo vedo che ha perso la sua chiavetta internet. La prendo e scatto verso l’uscita prima di impattare su un muro di signore eleganti di ritorno dal posto di lavoro. I loro tacchi segnano il passo del mio retrocedere al mio posto, le loro borse dettano le direzioni del mio cammino: desisto dalla buona azione, temporaneamente. Arrivo a destinazione e consegno l’oggetto alla polizia ferroviaria. Soddisfatto di me, mi avvio verso l’uscita della stazione e metto le mani in tasca: tempismo perfetto, la mia penna nera è appena esplosa, tre dita su cinque sono appena uscite da un pozzo di petrolio e la giacca porta i segni indelebili dell’inchiostro. Ancora una volta, grazie karma.

Torino, metropolitana: scolaresca romana in gita. Ormoni al galoppo e iPhone scintillanti si piazzano davanti alle uscite incuranti degli altri passeggeri. Io sto in piedi, come di mio solito, e osservo – come di mio solito – chi legge libri. Poi intuisco l’imminenza della mia fermata, che è la stessa della ragazza bionda seduta vicino a me. I suoi attributi mammari richiamano l’attenzione eloquente di molti maschi: si alza, aggiusta la gonna e i capelli, conserva un equilibrio invidiabile mentre la metro frena. Mentre si avvia all’uscita la chiamo, quella si volta mi vede ha paura. «È tuo l’ombrello?», chiedo sforzandomi di individuare un volto al disopra di quel davanzale ingombrante. Sorride, annuisce, ringrazia, si volta e zompetta verso la scala mobile. Pieno di timori esco dal vagone e attendo qualcosa di brutto. Niente, per i primi dieci minuti.

Allora esco e torno a casa. E sono 36 ore che tutto va bene. Grazie karma. A buon rendere.

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Written by Pitrocchio

25 novembre 2013 a 12:27

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