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Non avere paura del “per sempre”

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Dire “per sempre” quanta paura può fare? L’irrevocabilità, l’impossibilità di tornare sui propri passi e rivedere la promessa, “per sempre” detto in un momento particolare della propria vita. Un momento felicissimo, e allora: “Per sempre”. Oppure un attimo di dolore, di sconforto, di angoscia: “Per sempre”.

Un tatuaggio, una promessa di matrimonio, un impegno con un amico o con la patria. Spaventa, promettere per sempre: perché il sempre è un abisso dentro al quale non si può scorgere nemmeno un’ombra, un’appiglio. Un abisso che si illumina a ogni nostro passo in avanti, o in qualsiasi altra direzione: se il futuro è un buio nel quale brancoliamo, le nostre scelte sono la lanterna che illuminano i due metri a venire. Poi basta. Per questo il “per sempre” fa paura. Lo si evita, dove si può. Lo si lima, o limita, per quanto senza senso possa apparire.

Dietro il “per sempre” c’è un impegno solenne, l’impossibilità di cancellare – neppure per un istante – ciò che si è giurato. Di fare o di dire. E quante volte giuriamo o promettiamo “per sempre”, ma poi ci tiriamo indietro, coscienti o inconsapevoli di aver rotto quel “per sempre”. Aggiriamo le promesse, trovando scuse o alibi. “Per sempre” un corno.

Francesco Guccini è un “per sempre”. Lo è diventato, almeno per me: esemplare, nel suo piccolo – si potrebbe dire. Perché in tutta la sua carriera ha aperto ogni suo concerti con una canzone, sempre la stessa. Ciascun concerto iniziato con la medesima canzone, una canzone che è anche un ricordo di un’amica – morta negli anni Sessanta. A colpirmi non è il ricordo che Guccini, nonostante gli anni, ha continuato a tributare alla sua amica: quelli sono fatti suoi. Mi colpisce la costanza con la quale Guccini abbia tenacemente aperto i suoi concerti allo stesso modo, sempre uguale: alla fine era diventato un classico, anche per gli spettatori. Ma farlo per quarant’anni, è costanza ferrea. È la voglia di fare davvero “per sempre” quella cosa là.

Mi piace pensare a Guccini che, dopo aver scritto quella canzone e averla suonata per la prima volta su un palco all’inizio del concerto, in preda alla nostalgia e con qualche lacrima di commozione a inumidirgli un occhio, abbia promesso a se stesso di fare Canzone per un’amica sempre per prima ai concerti. Non solo per ricordare. Ma per stabilire quel legame che Guccini canta nei suoi versi, alla fine: “Voglio però ricordarti com’eri/Pensare che ancora vivi/Voglio pensare che ancora mi ascolti/E che come allora sorridi/E che come allora sorridi”.

Perché, forse, nel “per sempre” non c’è solo l’abisso futuro: ma anche la speranza di non essere soli.

[Canzone per un’amica – Youtube]

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Written by Pitrocchio

18 gennaio 2014 a 16:09

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