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Più barriere architettoniche per tutti

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Vivere la città dal punto di vista della carrozzina. E capire gli ostacoli che bloccano i disabili

La prima volta che mi sono imbattuto davvero sulle barriere architettoniche è stato a Bologna, ormai qualche anno fa, quando andai laggù per studiare (primo anno della specialistica: tornai a casa a fine anno accademico con due esami passati e pochissimo studio all’attivo).

Tralascio gli esiti disastrosi della mia esperienza universitaria. Una delle prime volte che arrivavo con il treno a Bologna, avevo una valigia abbastanza carica di indumenti, visto l’imminente autunno-inverno e la mia permanenza in città: bagaglio carico e pesante, scarsa confidenza con il tessuto urbano bolognese, fretta di arrivare a casa perché sospinto da bisogni impellenti. Il risultato è che camminando a passo svelto, ogni tre passi circa la mia valigia a rotelle – altresì nota come trolleysi inceppava in un gradino, in una buca, in un dislivello senza senso a metà marciapiedi, in un auto posteggiata proprio laddove c’era lo scivolo per consentire una discesa agevole a chi muove supporti dotati di ruote a forza delle sole braccia (trolley pesanti, passeggini con bambini piagnucolosi, disabili).

Insomma, c’era di che incazzarsi: dopo essermi perso (a due isolati da casa…senza parole) e aver trovato un albero presso cui fare la pipì, mi chiesi come avrebbe potuto fare a muoversi decentemente una persona che già di suo ha delle difficoltà. E poi ho pensato alle carrozzine di chi non deambula autonomamente, agli anziani con il bastone che cascano in piano, figuriamoci su una superficie pseudo-lunare.

Da allora, in ogni luogo in cui vado noto i dislevelli, le barriere architettoniche, i disastri fatti magari per arginare il problema. A Torino, per esempio, per accedere alla stazione di Porta Nuova bisogna salire uno o due gradini e solo una porta, nei pressi dell’incrocio con via Sacchi, è adibito al passaggio di carrozzine: c’è da poco tempo, è provvisioria perché ci sono i lavori in corso ed è distante dalle fermate degli autobus. E questo solo per dirne una che, egoisticamente, darebbe fastidio a tutti i viaggiatori, i normodotati con i loro rumorosi trolley.

Siccome augurare ai normodotati insensibili di finire su una carrozzina mi sembra una cosa un tantino fuori luogo, mi pare giusta l’iniziativa chiamata la Skarrozzata, organizzata a Bologna per maggio e che permette ai normodotati di sperimentare le barriere architettoniche dal punto di vista della carrozzina. Ovvero in basso rispetto ai ‘normali’, ovvero tra i gas di scarico delle auto, ovvero a portata di schizzo delle pozzanghere quando piove e le macchine sfrecciano. Ovvero tra scalini insormontabili, nella fatica di trovare un pertugio epr far passare quel trabiccolo che per alcuni è possibilità di vita autonoma.

Gli architetti che conosco mi segnalano il D.M. 236/89 che impone per legge il favoreggiamento della mobilità dei disabili. Giusto, ma non basta: perché i disabili non vivono solo nelle strade di recente costruzione, né frequentano solo luoghi a norma. Talvolta la necessità (mica lo sfizio!) li spingono laddove il decreto del 1989 non è ancora giunto e lì si arenano. Possiamo permettercelo?

Ecco perché è utile mettersi nei panni dell’altro: perché, spesso, purtroppo, lo facciamo solo quando “l’altro” siamo noi.

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Written by Pitrocchio

20 marzo 2014 a 12:11

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