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Il Giro, la campagna elettorale e il meteo

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Gli argomenti caldi di maggio, tra sport, politica e maltempo

Tre cose mi interessano in queste settimane: la campagna elettorale, con i suoi insulti e l’assenza di argomenti politici, la meteorologia, con mia madre che cerca di costruire la giornata perfetta sulla base delle condizioni atmosferiche, e il Giro d’Italia.

Da una parte c’è il rosa (“Fight for pink”!) e l’emozione dell’imprevisto e dell’impresa sportiva, dall’altra ci sono le routine e le delusioni: nessuno parla di Europa, sapere poi quali sono i programmi per governare la regione Piemonte è un’impresa quasi massonica (già mi vedo gli elettori, agli angoli delle strade buie di periferia, scambiarsi in maniera circospetta volantini elettorali e programmi politici). Gli unici che fanno qualcosa per spiegare le proprie intenzione sono i candidati sindaco dei 4mila Comuni che andranno a votare: ma sono gocce nel mare. Grillo attacca da Torino, Renzi risponde da Twitter, Berlusconi telefona a qualche incontro elettorale: ciascuno di loro dice qualcosa di vero sugli altri, poi lo farcisce di quel che vogliono sentirsi dire dalla platea. Voila, il titolo sul giornale di domani è pronto. E meno male che siamo ‘post-ideologici’, perché altrimenti ogni intervento parlerebbe di Hitler, Stalin…

Così mi guardo riflesso nella finestra a destra del computer: perturbazione in arrivo e corsetta annullata: penso che sarebbe bello trovare un parallelismo tra il lavoro del meteorologo e quello del politico. Entrambi disprezzati dal grande pubblico, di nessuno si riesce a fare a meno. Però, come per il commissario tecnico della nazionale, chiunque si sente migliore di chi fa questo mestiere, tutti saprebbero cosa fare e come dirlo al posto dei professionisti. Beati loro.

E allora non mi resta che guardare il Giro, gente che pedala squadrandosi il sedere sulle selle di biciclette che pesasno quanto i cellulari di alcune persone che conosco (cioé: una bici pesa quanto un cellulare. Notevole? Sì). Ci saranno i dopati, ci sono i corridori a caccia di qualche spunto per guadagnare visibilità (e quindi sponsor, soldi e altra visibilità e via all’infinito): ci sono i miti del passato che non tornano. Come Marco Pantani, ieri ricordato dai cronisti Rai in maniera quasi ossessiva, mentre si saliva sul Campegna: come a cercare di lavare via tutta l’onta che in tanti – in vita – gli hanno gettato addosso.

Pantani, un fuoriclasse della bici che ci manca. Al pari di Berlinguer, un fuoriclasse della politica che tutti tirano in ballo per accreditare la propria posizione politica. Dove non c’è sostanza ci deve essere apparenza: niente progetti politici, ma almeno vendiamoli bene. Niente personalità culturali e politiche di riferimento? Allora appropriamoci di quelle del passato: e così che Berlinguer diventa slogan e testimonial. Un nome, per quanto rispettato, che può essere imbarcato in ogni dove, in un periodo di sfilacciamento dei valori – in primis quelli politici.

Il che denota non ignoranza, ma superficialità: come quando mia madre liquida le nuvole all’orizzonte, fidandosi delle previsioni del tempo che indicano sole. E poi deve correre a togliere i panni stesi sul balcone mentre la pioggia comincia a scrosciare.

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Written by Pitrocchio

18 maggio 2014 a 19:03

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