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Gli indignati di professione oggi sono tutti Charlie

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Ma il passo tra solidarietà e martirio è breve: non percorriamolo, per pietà umana

No, non sono Charlie. Non lo sono perché non ho mai avuto occasione di comprare quella rivista o di leggerne con regolarità le vignette. Non sono Charlie, ma non sono neppure uno di quelli che condivide o tollera la violenza per zittire la satira. Non sono Charlie, semplicemente perché sono contro l’ipocrisia: dove eravate tutti voi novelli fan di Charlie Hebdo quando una molotov venne lanciata contro la redazione del giornale, poco tempo fa?

Credo che pochi o nessuno in Italia, e io sono compreso, sapesse di quell’attentato intimidatorio. Eppure era allora che occorreva maggiore solidarietà a Charlie. Perché era esposto alle minacce e – al contempo – non c’erano ancora stati i morti. Adesso, tutti Charlie. Tutti a cercare di far vedere quanto impegnati e anticlericali siano: ma in quanti hanno avuto tra le mani una copia – una soltanto! – di Charlie Hebdo?

Accetto malvolentieri questa indignazione da pc, da social network, in cui basta condividere una foto o una frase a effetto per sentirsi migliori, per sapere di essere ‘dalla parte giusta’. Non resta che un unico gesto di pietà umana: non fare dei morti dei simboli, dei martiri.

È quello che farebbe la religione.

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Written by Pitrocchio

7 gennaio 2015 a 19:47

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