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L’istruzione del futuro: la scuola hashtag

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Non slogan, ma ragionamenti. Perché la scuola e chi ci lavora meritano rispetto

«Io sono convinto che i ragazzi siano il futuro… A meno che non li fermiamo subito!».

Homer Simpson

Sulla scuola, che sia buona o no, sono state dette molte cose in queste ultime settimane. Alcune, a sproposito. Non entro nel merito dell’intero disegno di legge che dovrà riformare la scuola italiana. Voglio concentrarmi su tre punti e provare a fare un ragionamento che vada oltre gli slogan (pro o contro che siano).

1. Metodo di selezione del personale. Sono d’accordo che vada scelto un corpo docente valido e preparato. Degno della missione educativa e formativa che si affida agli insegnanti. Penso alle insegnanti della scuola Primaria: la loro categoria paga le colpe di almeno un decennio di scelte politiche quantomeno sbagliate. Prima di tutto, il mancato riconoscimento del valore abilitante del diploma magistrale: il ministero dell’Istruzione ha perseverato nel considerare il diploma conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002 un titolo non sufficiente per diventare insegnante di ruolo. E così, una ben nutrita pattuglia di aspiranti insegnanti, che già lavoravano in maniera precaria, si è immatricolata al corso di laurea quadriennale in Scienze della Formazione Primaria (Sfp) per avere un titolo abilitante all’insegnamento.

Tutto molto bello, fino alla creazione delle cosiddette Graduatorie a esaurimento (Gae). Le quali hanno prodotto un sistema di disparità di trattamento senza pari. Alle tre fasce inizialmente create dall’allora ministro Gelmini (annus domini 2006), il ministro Profumo ne affiancò una aggiuntiva (nel 2012) destinata ai laureati in Sfp che avessero conseguito il titolo entro aprile 2012. Così, chi si è immatricolato – poniamo nel 2008 – sperando di entrare nella Gae e ha studiato lavorando per laurearsi a giungo 2012 si è trovato escluso da ogni possibilità di selezione.

Intanto, però, ha continuato a essere chiamato per le supplenze. Segno che di quel personale c’era e c’è bisogno. Questi ‘paria‘ delle Gae sono ora relegati in seconda fascia delle Graduatorie di’istituto (Gi). Da dove, comunque continuano a lavorare. Specialmente coloro che hanno la specializzazione da insegnanti di sostegno. Ora, però, la ‘Buona scuola’ vuole fare fuori tutte le graduatorie, assumendo personale subito (dicono 100mila persone) e bandendo un concorso riservato agli abilitati a ottobre 2015. Chi si è formato con un titolo di laurea, dunque, si trova cornuto (fuori dalle Gae) e mazziato (escluso dalle assunzioni), nonostante sia costato non pochi soldi allo Stato che lo ha formato.

2. Integrazione scolastica. In molte province, le Gae per il sostegno di alunni disabili sono esaurite. Ovvero, chi ha avuto la fortuna di entrarvi, è stato assunto. Ma molte scuole hanno ancora necessità di personale specializzato sull’handicap, per ottemperare agli obblighi della legge 104 che impone assistenza adeguata ai portatori di handicap. La prova è data dai molteplici incarichi annuali assegnati a personale che sta in altre graduatorie, anche per l’anno scolastico in corso. Dal momento in cui la riforma entrerà in vigore, chi si occuperà dei disabili che fino a oggi sono stati affiancati dal personale precario inserito nelle Gi? Le 100mila assunzioni copriranno anche le esigenze di questa fetta importante della scuola italiana?

3. Scuole paritarie. Per forma mentale, penso che chi ritiene di scegliere una scuola privata per il proprio figlio abbia tutto il diritto di farlo. Ma se la deve pagare. Perché offrire incentivi o sgravi fiscali a chi intende usufruire di un servizio diverso da quello garantito dallo Stato? È come se venissero elargiti sgravi fiscali a chi prende il taxi anziché tram e autobus per andare a lavoro: se vuoi che ad accompagnarti sia un tassista te lo paghi, altrimenti ti accomodi sui mezzi di trasporto pubblico come gli altri cristiani.

Non ignoro che in certe zone particolari, il servizio pubblico non arrivi. Lì il privato effettivamente svolge il ruolo di ‘stampella’ del pubbblico. Allora, mi chiedo: perché non destinare gli sgravi fiscali a chi non può scegliere tra scuola pubblica e scuola paritaria (per mancanza di alternative)? Laddove l’offerta educativa pubblica esiste, non ha senso stanziare fondi per le paritarie: destiniamo quei soldi alle scuole pubbliche, che ne hanno maggior bisogno.

Un’ultima riflessione: durante la video intervista a RepubblicaTv, il primo ministro Matteo Renzi, parlando delle richieste di assunzione dei docenti, ha detto «Non è che chi è stato due ore in classe ha titolo per entrare» [al minuto 42:37]. Se potessi far pervenire un messaggio a Renzi, oggi, vorrei che fosse questo: “Egregio primo ministro, le chiedo un po’ di rispetto per chi – altro che per due ore! – ha speso la propria vita professionale nel precariato fra nomine a settembre e incertezze. Che non si è sottratto alla formazione e all’aggiornamento, nonostante non ve ne fosse l’obbligo. Che è servito per coprire i buchi della scuola e che, ora, può andarsene a casa. Signor primo ministro, chi protesta non difende rendite o privilegi: chiede rispetto, umano e professionale“.

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Written by Pitrocchio

13 maggio 2015 a 19:10

Una Risposta

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  1. […] sottolineare la stridente disomogeneità per la quale molti abilitati e laureati (ne ho parlato qui) perderanno il posto di lavoro a causa di interventi sulla scuola di chi non vi ha mai messo piede […]


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