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“Non affittiamo case agli africani”. Una storia vera

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Porte chiuse anche se hai un lavoro fisso e uno stipendio dignitoso. Ecco l’Italietta di Salvini & co.

La storia che racconto inizia in Africa, circa trent’anni fa, forse qualcosa in più. È una storia vera, simile a tante altre che qualcuno potrà aver già sentito: la racconto perché vorrei – voglio – che venga letta, conosciuta e diffusa. Ma non vorrei che a leggerla e conoscerla fossero solo persone che hanno incontrato vicende simili nella loro vita. Vorrei che arrivasse a orecchie nuove.

Vorrei che conoscessero la storia di un ragazzo che fa un lavoro che definiamo ‘umile’. Lo svolge con passione e competenza, più di quanto ci si potrebbe aspettare da un lavoratore dipendente di una ditta che ha scarso interesse nella preparazione dei propri operai. Un piccolo paradosso, ma non certo il peggiore nella vita di questo ragazzo.

Ha una piccola famiglia, moglie e un bimbo di un anno appena compiuto. Ha iniziato a lavorare in ditta cinque anni fa, come apprendista. Dopo tre anni, gli hanno firmato un contratto a tempo indeterminato: quasi una rarità nell’Italia di oggi. Una bella notizia, che per un po’ di tempo ha acceso un bel sorriso sul suo volto, in genere molto serio. Poi sono venuti i problemi quotidiani, comuni a tutti. Il matrimonio, qualche screzio sul lavoro. Una volta gli hanno tamponato l’auto parcheggiata sotto casa, lasciandogli un biglietto con un messaggio beffardo: “Ti ho bocciato la macchina e sto facendo finta di scrivere i miei dati perché tutti mi guardano”.

Tre mesi fa, la ditta gli ha comunicato che lo trasferiscono in un’altra città. “Che problema c’è? I miei genitori mi hanno portato in Italia dall’Africa trent’anni fa, cosa vuoi che sia traslocare di 400 chilometri?”. Trovare casa in tre mesi sembrava semplice: “Mica pretendo un castello”. Già. Ma trovalo uno che ti affitti due cazzo di stanze, a te che sei ‘negro’. Perché quello che vede il proprietario di casa non è la tua busta paga, o il contratto a tempo indeterminato che gli sventoli davanti agli occhi. Non vede che non sei uno sbandato, non vede che hai una famiglia regolare e stai cercando solo un posto in cui vivere tranquillamente. Non vede che non chiedi nulla gratis o in regalo.

Vede solo il colore della pelle e, da lì, l’inferenza: un poco di buono. “Non si sa mai”; “Se ne sentono tante in giro”; “Non sono razzista, però…“.

Penso alla dignità di un uomo, un lavoratore, un marito e padre di famiglia, calpestata. Dai pregiudizi, dalle chiusure: quanti affittuari hanno preferito un inquilino mezzo sbandato, purché italiano, piuttosto che dare la propria casa a un ‘immigrato’? Togliere, sistematicamente, la dignità non aiuta a difendere le posizioni sociali ed economiche che abbiamo conquistato e che – ottusamente – i razzisti vogliono mantenere a colpi di espulsioni e ghettizzazioni. Umiliare il prossimo, solo perché ‘straniero’ è inutile e dannoso. Odiare porta a essere odiati. E gli esiti sono tutt’altro che rosei.

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Written by Pitrocchio

16 ottobre 2015 a 13:02

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