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Archive for the ‘Mi faccio una cultura’ Category

Il Twitter dei cretini è sempre gravido

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Bastano 140 caratteri per far passare un genio per imbecille

Il live tweet ti rende cretino. Parola di Massimo Parente, scrittore e collaboratore de Il Giornale, che in un interessante articolo parla della mania di twittare dal vivo quello che accade dutrante la presentazione di un libro. Ovvero del tentativo di riportare nei canonici 140 caratteri di Twitter una battuta o un’affermazione dell’autore che sta presentando il proprio libro: tentativo fallace, perché tra la velocità con cui si deve scrivere e la necessità di condensare ben oltre la sintesi un discorso orale, si finisce per creare imbecillità letteraria.

All’autore vengono associate parole senza senso, oppure frasi di un banalità agghicciante. Così, per Parente «Qualsiasi genio passa per cretino (talvolta, per sbaglio, anche viceversa). Fossero aforismi concepiti per stare in 140 caratteri, ci fossero Oscar Wilde, Karl Krauss o La Rochefoucauld, ci starebbe pure, ma si tratta di brandelli origliati, spesso origliati male e sintetizzati peggio, dai quali chi legge dovrebbe capire qualcosa».

Difficile dargli torto. In effetti, riuscire a farsi capire nel mondo di twitter appare un’impresa: ancor peggio se vuoi promuovere qualcosa. Intanto, perché a fare il “piazzista” dei tweet ci si perde faccia e follower. E poi perché creare contenuti originali, interessanti, sensati e attinenti al proprio lavoro richiede pazienza, capacità e tempo. «La prossima volta mi porto un foglio con le frasi da twittare così evito anche di sprecare fiato», conclude Parente.

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Written by Pitrocchio

19 maggio 2015 at 12:30

Pubblicato su Mi faccio una cultura, Pitrocchiate

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Animali veloci e bambini lenti

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Valide ragioni per ascoltare la musica dei perugini Fast Animals and Slow Kids

Non sono un tipo da recensioni, né posseggo l’eloquio evocativo di chi parla e giudica di musica. Mi garberebbe, come si dice a latitudini toscane, ma non mi riesce. E non sono nemmeno il tipo da elargire consigli (non richiesti) sull’ascolto musicale. I gusti so’ gusti e quello che piace a me non piace a te.

Però due parole per questi quattro scatenati perugini, tre dischi all’attivo e tanti concerti sparpagliati sul suolo italico, merita spenderle e – parere soggettivo – merita ascoltarle. Non necessariamente da me; anzi, forse vale direttamente la pena ascoltare la loro musica. Rock alternativo per orecchie in cerca di suggestioni provenienti ‘dal basso’, ovvero dalla cantina, luogo primordiale di produzione musicale alternative.

Noto il genere musicale dei Fask e accettato che i quattro sono bravi tanto sul palco quanto in sala d’incisione, alla domanda “perché ascoltarli”, risponderei in primo luogo: per sostenere la musica alternativa, i canali di inventiva culturale, musicale e linguistica che non passano attraverso il flusso mainstream. Non che ci sia qualcosa di male nel mainstream: se piace, va bene tutto. Ma il mainstream non è tutto, e fuori da esso c’è tanto di quel buono da scoprire che non farlo sarebbe uno spreco colossale. Non vale la pena perdere l’occasione di ascoltare buona musica o vivere un bel concerto solo perché non è passato da radio e canali tv tematici. Trovate una scusa migliore per non ascoltare musica alternativa.

Il loro ultimo disco si intitola Alaska, freddo nel titolo e bollente nelle casse. Intenso nei contenuti, i loro testi arrivano immediati, la loro musica appassiona. Dal vivo suona pure meglio, come da tradizione rock, con il cantante Aimone scatenato trascinatore del pubblico. Potenza vocale e sonora al servizio di testi che magari non sono una miniera di citazioni da social network, ma che sanno prendere e si lasciano urlare.

I Fask ci credono in quel che fanno, nella musica e nel darsi un’opportunità. Un bell’esempio: chissà, magari fra trent’anni li ricordermo così. Belli e arrabbiati.

Per cominciare con l’ascolto dei Fask, un umile consiglio: Come reagire al presente.

Written by Pitrocchio

10 febbraio 2015 at 12:59

Gramsci chi?

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Populismi e fascismi accomunati dall’essere dei “fatti di costume”, agitati dalle passioni più basse

Ho letto una frase su un blog in giro per la rete, e me ne sono innamorato. Sarà capitato anche a voi. A me è successo con una citazione tratta da Antonio Gramsci. Eccola:

«Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano».

La leggo un paio di volte, a distanza di un paio di mesi da quando l’ho appuntata sul computer. Ricordo di aver colto in essa un paragone stringente con la situazione politica italiana attuale, cucendola addosso a un partito in particolare, o a un MoVimento. La rileggo, però, e non mi convince del tutto la sovrapposizione. Il vestito della citazone cade largo, troppo largo sul corpo del MoVimento.

Aderisce meglio sulla politica in generale, almeno così mi pare. So che le generalizzazioni rischiano di produrre mostri, ma cerco di spiegarmi: la politica sembra aver smarrito le idee. ‘Ideologia’ è diventata una brutta parola, infatti ogni ‘nuovo’ politico che si presenti si affretta a dichiararsi “post-ideologico”, “né di destra né di sinistra” e via defilandosi. Come funziona, allora, l’apparato intellettuale-politico del sedicente ‘non-ideologizzato’? Funziona davvero?

E qui vengo alla citazione, in particolare laddove si dice che «Il fascismo è divenuto un fatto di costume». Fare politica non si basa più sulla politica, ma sul voler fare. Impegno, volontà e onestà certificata dal casellario giudiziario. Niente dottrina di partito, niente fedeltà a una bandiera o un’ideale. Il fare, o fare bene, proprio del ‘buon padre di famiglia’: è sufficiente? A cosa si appella Renzi quando risponde che la riforma del Senato così come l’abbiamo conosciuto finora non porterà a una deriva autoritaria, paventata da alcuni ‘professoroni’? Si appella al ‘costume’, a una psicologia sociale di alcuni strati del popolo italiano. Dove trovano fondamento gli strali del MoVimento contro la casta, contro i giornalisti e i giornali, contro l’aumento del numero dei consiglieri comunali nei piccoli municipi? Li reperiscono nella legittimazione politica delle passioni, degli odi, dei desideri.

Oggi come allora, mi sembra, c’è poca ragione a guidare chi ci governa. C’è piuttosto ‘sensazione’, intesa come la sensazionalità che si suscita o come una passione che si percepisce nell’animo. Ma poco cervello. Poca testa. Poca ideologia, intesa come fondamento filosofico, culturale e intellettuale dell’agire politico.

Democrazia non significa poter votare sì o no per un candidato: quello è plebiscito. Significa discutere, opporre ragioni anche se si è d’accordo con chi avanza una certa proposta. Perché chi fa ciò, ha a cuore il bene collettivo al di là della propria tessera di partito o della propria collocazione geometrica all’interno dello schema del potere. E la democrazia è una ideologia, da intendersi come sopra.

[Ho preso la citazione da qui. Mi è sembrato abbastanza attendibile.]

Written by Pitrocchio

10 aprile 2014 at 17:26

Non avere paura del “per sempre”

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Dire “per sempre” quanta paura può fare? L’irrevocabilità, l’impossibilità di tornare sui propri passi e rivedere la promessa, “per sempre” detto in un momento particolare della propria vita. Un momento felicissimo, e allora: “Per sempre”. Oppure un attimo di dolore, di sconforto, di angoscia: “Per sempre”.

Un tatuaggio, una promessa di matrimonio, un impegno con un amico o con la patria. Spaventa, promettere per sempre: perché il sempre è un abisso dentro al quale non si può scorgere nemmeno un’ombra, un’appiglio. Un abisso che si illumina a ogni nostro passo in avanti, o in qualsiasi altra direzione: se il futuro è un buio nel quale brancoliamo, le nostre scelte sono la lanterna che illuminano i due metri a venire. Poi basta. Per questo il “per sempre” fa paura. Lo si evita, dove si può. Lo si lima, o limita, per quanto senza senso possa apparire.

Dietro il “per sempre” c’è un impegno solenne, l’impossibilità di cancellare – neppure per un istante – ciò che si è giurato. Di fare o di dire. E quante volte giuriamo o promettiamo “per sempre”, ma poi ci tiriamo indietro, coscienti o inconsapevoli di aver rotto quel “per sempre”. Aggiriamo le promesse, trovando scuse o alibi. “Per sempre” un corno.

Francesco Guccini è un “per sempre”. Lo è diventato, almeno per me: esemplare, nel suo piccolo – si potrebbe dire. Perché in tutta la sua carriera ha aperto ogni suo concerti con una canzone, sempre la stessa. Ciascun concerto iniziato con la medesima canzone, una canzone che è anche un ricordo di un’amica – morta negli anni Sessanta. A colpirmi non è il ricordo che Guccini, nonostante gli anni, ha continuato a tributare alla sua amica: quelli sono fatti suoi. Mi colpisce la costanza con la quale Guccini abbia tenacemente aperto i suoi concerti allo stesso modo, sempre uguale: alla fine era diventato un classico, anche per gli spettatori. Ma farlo per quarant’anni, è costanza ferrea. È la voglia di fare davvero “per sempre” quella cosa là.

Mi piace pensare a Guccini che, dopo aver scritto quella canzone e averla suonata per la prima volta su un palco all’inizio del concerto, in preda alla nostalgia e con qualche lacrima di commozione a inumidirgli un occhio, abbia promesso a se stesso di fare Canzone per un’amica sempre per prima ai concerti. Non solo per ricordare. Ma per stabilire quel legame che Guccini canta nei suoi versi, alla fine: “Voglio però ricordarti com’eri/Pensare che ancora vivi/Voglio pensare che ancora mi ascolti/E che come allora sorridi/E che come allora sorridi”.

Perché, forse, nel “per sempre” non c’è solo l’abisso futuro: ma anche la speranza di non essere soli.

[Canzone per un’amica – Youtube]

Written by Pitrocchio

18 gennaio 2014 at 16:09

Livorno on my mind

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Proclamo ufficialmente al mondo che Livorno è una città che mi piace, anzi che mi garba, così mi inserisco nel labronico parlar. A Livorno ci voglio tornare, voglio rivedere la Terrazza Mascagni affollata di livornesi, voglio vedere il porto Mediceo e i Quattro Mori. Voglio vedere il porto commerciale, voglio perdermi all’interno del mercato coperto e chiacchierare con qualche vecchio del posto mentre mangio il cacciucco.

Va bene, certo, Livorno non è una città come Pisa (Dio mi perdoni se metto sulla stessa riga di una stessa frase le due città antagoniste) o come Firenze e Siena – tanto per restare in Toscana. Non è celebrata come meta turistica, tanto che i livornesi che ho incontrato in città mi hanno detto tutti la stessa cosa: «A Livorno non c’è molto da vedere». A loro avrei dovuto rispondere: «Pensate alle città dormitorio, in cui non c’è nemmeno quel poco».

Invece, mi sono solo limitato a guardare la terrazza, con i bagni Pancaldi sullo sfondo, la città che guarda al mare che – giornata fortunata – era placido e tranquillo e faceva vedere le isole davanti alla sua costa. E dire che tante volte ci ho girato intorno, a Livorno. L’ho sfiorata e mai vi sono entrato. Per apprezzarla ho dovuto trovare un blog fotografico (LivornoT, di Andrea Dani che pubblica foto molto belle ogni giorno o quasi della sua città. A volte fotografa anche la sua famiglia: a Livorno, of course).

A parte che le foto sono davvero belle e ben fatte (niente roba made in Instagram, per intendersi), ma i soggetti cittadini ritratti sono assolutamente imperdibili: poco importa se Livorno non è Pisa (aridaje), se non ha una lunga catena di tesori architettonici o artistici. Livorno ha una storia sua, che varrebbe la pena di conoscere, ha i suoi cittadini, orgogliosi di essere tali, e un piccolo spazio nella mia mente. Non sarà molto, ma per una città, restarti impressa, è il complimento più bello che possa esistere.

Written by Pitrocchio

15 gennaio 2014 at 12:56

A Torino? Manca solo il mare

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Nel 2007 è uscito un documentario su Torino, intitolato Surfin’ Torino e girato da Davide Dileo (se dico Boosta dei Subsonica vi piace di più?) e Chiara Pacilli. Se ieri sono riuscito finalmente a guardarlo è solo merito di una fortunosa serie di coincidenze, che non è il caso di approfondire.

Di certo mi è piaciuto guardarlo e riconoscere luoghi e panorami a me noti, a volte anche cari. Direi che è abbastanza curato, qualche spunto di riflessione lo tira fuori e per il resto passa veloce e ben ritmato in un’oretta – minuto più, minuto meno. Lo scopo del doc era mostrare l’onda lunga che è nata negli anni Ottanta a Torino e che ha portato la città oggi a essere in fermento culturale, perlopiù musicale a dire la verità. Il taglio è centrato su questi temi e sul confronto con la vulgata che vorrebbe Torino città della Fiat per antonomasia: se mai c’è stata equipollenza tra Torino e Fiat, questa si è persa con la crisi occupazionale appunto degli anni Ottanta – almeno a quanto si capisce dal video. Tutto si gioca tra l’altezzosità sabauda (“A Torino non manca niente”) e l’oggettiva mancanza di un elemento geografico, il mare, che non è – però – assoluta: «Infatti c’è aria di mare. Non è mica necessario che ci sia per vederlo, il mare. È che a volte lo vedi galleggiare in un mojito, quando il sole tramonta e i Murazzi [*] fanno trenta gradi fuori e dentro i bicchieri. Altre volte lo senti nell’aria dove respiri la possibilità, quella strana sensazione che tutto possa accadere e che tutto quello che sogni possa avverarsi lì, così, da un momento all’altro. Ed è la stessa folle ed esilarante sensazione che all’improvviso davvero tu da dietro una collina possa a un certo punto vedere…il mare».

Non si è parlato di molti altri aspetti (e le interviste ai fratelli Elkann sembrano più che altro un omaggio a una Dynasty delle nostre latitudini), ma guardato una città in movimento come la potrebbe descrivere – guarda un po’ – un influente musicista torinese dell’ultimo ventennio: il nome di Boosta non è solo una firma famosa, ma un vero e proprio programma editoriale. Con lui si passa attraverso il club e la movida, l’underground e l’ex-underground osservando con compiacimento quanto migliore sia diventata la Torino che ha scoperto la sua vena artistica: tutto vero ( e tutto bello), ma mi è parso mancasse qualcosa.

Se è vero che Torino non è (più) la città della Fiat, è anche vero che oltre la Fiat c’è un mondo più esteso dell’orizzonte culturale, pur importante. Un bel lavoro, lo ammetto, ma che forse risulta un po’ parziale – non superficiale – ma da riconsiderare alla luce di quello che Torino è stata negli ultimi anni e soprattutto alla luce di quel che vuole essere ‘da grande’.

[*] Nota per i diversamente torinesi: i Murazzi sono una zona di Torino sul lungo Po che hanno ospitato per anni locali e un centro sociale che hanno attirato gente di tutti i tipi, dai fighetti agli alternativi. E da dove arrivano i Subsonica. E dove ora non c’è più niente (vuoi approfondire? Parti da qua).

Written by Pitrocchio

24 dicembre 2013 at 15:54

Cacciato con mazze e pietre!

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Leggi la frase: “Quando un governo non fa ciò che vuole il popolo, va cacciato via anche con mazze e pietre!” che porta sullo sfondo un Sandro Pertini in bianco e nero con un piglio aggressivo e un pugno agitato verso l’interlocutore, non puoi altro che pensare di essere d’accordo con lui. Lui che, oltretutto, è un stato un Presidente della Repubblica amato, rispettato, onorato (anche per i mondiali dell’82…) da così tante persone.

Solo che poi leggi anche altro: malgrado il proliferare di quella e di altri simili immagini su tutte le bacheche Facebook dei tuoi amici, malgrado la firma – chiaramente olografa – riportata là, in basso a destra nella citazione, quella frase non è mai stata pronunciata da Pertini. Crolla un castello. Delusione. Pertini è ka$ta!!!111!!!!

Oppure, più semplicemente, questo episodio è sintomo di un modo di vivere, di crescere, di studiare proprio del nostro tempo. Chi verifica le citazioni che scrive, specie sui social network? E soprattutto, chi ne ha l’autorità? Quando in molti possono dire al mondo cosa pensano, anche le stupidaggini più palesi, è una sfida titanica far notare loro gli errori. Tanto più che, spesso e volentieri, all’ignoranza si accompagna l’arroganza. E laddove l’errore non è dovuto a ignoranza, ma semplicemente a superficialità (come accettare per buona una citazione solo perché è condivisa da molti, in termini social e in termini di adesione al contenuto?) A quanti è balzato in mente di verificare la fonte della citazione, prima di condividerla su Facebook?

Viviamo in un’epoca in cui diamo troppo per scontato. Il monitor di un computer ha assunto valore di per sé, senza necessità di verifica: tutto è vero, perché l’ha detto qualcuno (internet). Tutto è falso, perché qualcuno (internet) l’ha negato. Una volta esistevano le leggende metropolitane, storie incredibili, inverosimili e pazzesche che – nonostante tutto – circolavano tra la gente, che spesso ci credeva, con il piccolo beneficio del “c’è sempre un fondo di verità”. Oggi ci scorre davanti agli occhi qualunque cosa, opinioni di ogni genere, fatti che dicono ‘A’ e allo stesso tempo ‘non-A’.

Chissà dove andremo a finire. Intanto che ci penso, vado a dare da mangiare al coccodrillo che vive nelle fossa biologica del mio condominio: è ghiotto di pancetta coppata, e adesso è ora di merenda.

Written by Pitrocchio

5 dicembre 2013 at 16:51