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Archive for the ‘Pitrocchiate’ Category

In fondo, a cosa servono le canzoni?

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«… la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei…»

Le sensazioni che trasmettono le canzoni possono essere vitali, a volte. Ci sono momenti della vita che non sempre brillano per ottimismo o per positività e talvolta la giusta canzone al momento opportuno può darti una mano, un sollievo, un incoraggiamento.

La stessa cosa la possono fare gli amici, ma la ‘canzone giusta’, ascoltata per caso in radio, arriva come un regalo gratuito del destino. Come se la modulazione di frequenza avesse davvero capito di cosa hai bisogno in quel preciso momento. Un regalo gratuito da uno sconosciuto, ecco cos’è una ‘canzone giusta’.

E il bello è che la ‘canzone giusta’ non deve essere necessariamente opera di un artista amato o di un gruppo che si segue da tempo. La ‘canzone giusta’ può arrivare da territori musicali inesplorati, o addirittura evitati. Ho trovato in una canzone di Laura Pausini, per dire, quel tocco che mi ci voleva al termine di una giornata difficile. In altri momenti, la giornata difficile sarebbe cominciata con l’ascolto di Laura Pausini, per dire…

Written by Pitrocchio

2 maggio 2017 at 13:14

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Rottamo la mia vecchia Punto

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E come quando ero bambino, mi dispiace farlo

Nei prossimi giorni, ed è una notizia inutile sulla mia vita, porterò a rottamare la mia vecchia Fiat Punto. Sedici anni di vita e quasi 200mila chilometri percorsi (196.651 per l’esattezza), un innumerevole quantità di ruote forate, di litri di olio buttati in un motore che se lo mangiava nottetempo – non c’è altra spiegazione.

A breve, la guiderò per l’ultima volta su una strada per condurla da chi la farà a pezzi, la smonterà e la vedrà buona solo come fonte di ricambi a poco prezzo. Ma per me è stata molto di più, inevitabilmente: è stata mobilità autonoma, ovviamente, anche se non sempre a costi convenienti – questo va detto. È stata compagna di avventure, di serate e pomeriggi, di lavoro, di ricerca di parcheggio, rifugio quando la solitudine negli altri luoghi a me familiari si faceva opprimente. I ‘soliti ignoti’ me l’hanno aperta due volte per rubarmi l’autoradio, è stata tamponata da mio fratello (senza colpa), l’ho rigata parcheggiando sotto la sede del Risveglio (due volte, di cui una con testimoni).

È solo un oggetto – mi ripeto – un pezzo di metallo e di plastica e di vetro, alimentato a combustibile fossile e che si muove su della gomma. Niente di particolare. Solo un oggetto. Ma agli oggetti attribuiamo un senso, un significato, che spesso va al di là del loro stesso valore intrinseco: al pezzo di carta che appendiamo al muro dopo gli studi, al pezzo di metallo che leghiamo al polso sinistro, all’inchiostro che tatuiamo sulla pelle. Oggetti, semplici ‘cose’: un vestito che ci ricorda un’epoca o un profumo, un biglietto di una mostra arrivato in busta chiusa a casa, un ritaglio di giornale vecchio come te – importante solo perché c’è stampato il tuo nome fra quello di altri sei o sette nuovi nati. E questo oggetto, la mia Punto, ha un valore simile. Forse sono diventato un sentimentale, o forse è solo un po’ di melancolia momentanea: in fondo, è solo un oggetto che ho usato finché ha funzionato bene. Poi, ho deciso di sostituirlo con uno più efficiente.

La mia compagna dice sempre che i bambini sono animisti, perché attribuiscono una “anima” agli oggetti di per sé inanimati. Sentimenti, volontà, desideri. Il giocattolo che rimane solo “ha paura”, la sedia che picchia contro il tavolo “si fa la bua”. Ecco, io non sono animista a questa maniera, ma quell’oggetto per me significa qualcosa: ed è destinatario del mio affetto, per quanto strano possa sembrare. Voglio bene alla mia macchina, anche se a volte mi ha fatto tribolare.

Quando era bambino, mio papà rottamò la sua vecchia Fiat 128. Era blu notte, era lenta e antiquata: ma era la “macchina di papà”. Venne il carro attrezzi a ritirarla, un pomeriggio: scesi con mio papà a guardare, perché un carro attrezzi in cortile è pur sempre una meraviglia da gustare a poca distanza. Poi il signore che guidava il carro attrezzi scese, aprì l’auto e vi armeggiò qualche secondo dentro. La agganciò a un cavo e la caricò sul suo mezzo. Ecco, esattamente in quel momento cominciai a piangere, a singhiozzare. Portavano via la macchina di papà e io piangevo. Ero inconsolabile.

E oggi credo di essere rimasto ancora là, a quando avevo poco meno di otto anni e nel cortile di casa vedevo portare via un pezzo della nostra vita. Vedevo portare via la macchina di papà.

La mia Punto

La mia Punto in carrozzeria, dopo l’infelice tamponamento

Written by Pitrocchio

29 marzo 2017 at 23:14

Il Twitter dei cretini è sempre gravido

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Bastano 140 caratteri per far passare un genio per imbecille

Il live tweet ti rende cretino. Parola di Massimo Parente, scrittore e collaboratore de Il Giornale, che in un interessante articolo parla della mania di twittare dal vivo quello che accade dutrante la presentazione di un libro. Ovvero del tentativo di riportare nei canonici 140 caratteri di Twitter una battuta o un’affermazione dell’autore che sta presentando il proprio libro: tentativo fallace, perché tra la velocità con cui si deve scrivere e la necessità di condensare ben oltre la sintesi un discorso orale, si finisce per creare imbecillità letteraria.

All’autore vengono associate parole senza senso, oppure frasi di un banalità agghicciante. Così, per Parente «Qualsiasi genio passa per cretino (talvolta, per sbaglio, anche viceversa). Fossero aforismi concepiti per stare in 140 caratteri, ci fossero Oscar Wilde, Karl Krauss o La Rochefoucauld, ci starebbe pure, ma si tratta di brandelli origliati, spesso origliati male e sintetizzati peggio, dai quali chi legge dovrebbe capire qualcosa».

Difficile dargli torto. In effetti, riuscire a farsi capire nel mondo di twitter appare un’impresa: ancor peggio se vuoi promuovere qualcosa. Intanto, perché a fare il “piazzista” dei tweet ci si perde faccia e follower. E poi perché creare contenuti originali, interessanti, sensati e attinenti al proprio lavoro richiede pazienza, capacità e tempo. «La prossima volta mi porto un foglio con le frasi da twittare così evito anche di sprecare fiato», conclude Parente.

Written by Pitrocchio

19 maggio 2015 at 12:30

Pubblicato su Mi faccio una cultura, Pitrocchiate

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Cattedrali nel deserto oggi, tesori archeologici domani

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Il consumo di suolo, alla prova dei fatti, cosa lascia in eredità al futuro?

A osservare il mondo dall’alto, che sia dal finestrino di un aereo o attraverso delle immagini satellitari, penso a quanto sia strana l’Italia. Con le sue macchie di colore verde e tutte le sue tonalità, con i campi coltivati dalle forme geometriche ritagliate sul suolo, con le città che a macchie si espandono in direzioni schizofreniche.

Penso alle statistiche, che certificano quanta superficie naturale viene cementificata ogni anno: il 13 maggio del 2014, Legambiente riportava che nei tre anni precedenti si erano persi «720 chilometri quadrati di suolo». Nemmeno riesco a immaginare quanto spazio sia. Mi domando a che cosa servano tutti quei chilometri di suolo che diventano ambiente antropico: territorio vergine che diventa strade e autostrade, capannoni industriali e chiese, villette e locali notturni. Ne abbiamo bisogno?

Basta viaggiare da Nord a Sud, in Italia. O anche da Est a Ovest. File continue di costruzioni, interrotte da macchie di bosco o di terreno naturale, nel vero senso della parola. Borghi e villaggi si susseguono, accanto a sempre nuove strutture industriali che – moltissime volte – sono vuote. Desolazione e spreco di denaro. E di risorse naturali. La città non finisce mai: imboccare l’autostrada a Torino e percorrerla verso sud, verso Genova, significa attraversare una pseudo-città continua che degrada da metropoli ad ambiente suburbano ad ambiente rurale, con qualche puntata sul forestale. Per poi riprendersi e tornare ad ambiente metropolitano mano mano che si raggiunge Genova.

Infinito ambiente antropico. Di cui non sappiamo che fare, oggi. Chissà, magari le ‘cattedrali nel deserto’ di oggi saranno i tesori dell’archeologia di domani. Fra cent’anni, forse, o duecento, apprezzeremo anche ciò che resterà dell’Expo.

Written by Pitrocchio

15 aprile 2015 at 00:59

Chi m’ha cecato, ovvero chi me l’ha fatto fare

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Dall’italiano al dialetto, dove va il peso delle scelte?

Nel dialetto napoletano esiste un’espressione che mi è sempre piaciuta, “Chi m’ha cecato”, letteralmente “Chi mi ha accecato”. Il senso è, grossomodo, quello dell’espressione “Chi me l’ha fatto fare”.

Sebbene le due espressioni, quella italiana e quella napoletana, possono equivalere sul piano del significato, è anche vero che quella dialettale abbia con sé un qualcosa in più di senso. Spesso accade, che il dialetto porti qualcosa in più del suo semplice significante. C’è un carico emotivo nell’espressione “Chi m’ha cecato” che non trovo nel “Chi me l’ha fatto fare”: anzi, in questo modo di dire trovo una specie di ‘fair play‘ del disappunto. Nel napoletano quasi senti le dita negli occhi che “ti cecano” a fare qualcosa. C’è quasi una carnalità nelle parole dialettali che va oltre il loro senso compiuto.

C’è tutto il senso del pentimento doloroso di aver detto o fatto qualcosa. C’è il desiderio che quel fastidio cessi, scompaia. Quante volte l’ho pensato, “Chi m’ha cecato” andando a cercare fuori da me una motivazione o un motivatore che mi ha mosso a una scelta. Perché “Chi me l’ha fatto fare” sembra quasi spostare altrove da me il peso della responsabilità di una scelta, evidentemente sbagliata. Qualcuno “m’ha cecato” e ho commesso un errore: ora qualcuno me ne liberi dalla conseguenze.

Peccato che nella vita vera, “Chi m’ha cecato” è sempre solo la stessa persona: io. A cui devo la responsabilità delle mie scelte.

Written by Pitrocchio

21 febbraio 2015 at 20:54

Pubblicato su Pitrocchiate

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Animali veloci e bambini lenti

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Valide ragioni per ascoltare la musica dei perugini Fast Animals and Slow Kids

Non sono un tipo da recensioni, né posseggo l’eloquio evocativo di chi parla e giudica di musica. Mi garberebbe, come si dice a latitudini toscane, ma non mi riesce. E non sono nemmeno il tipo da elargire consigli (non richiesti) sull’ascolto musicale. I gusti so’ gusti e quello che piace a me non piace a te.

Però due parole per questi quattro scatenati perugini, tre dischi all’attivo e tanti concerti sparpagliati sul suolo italico, merita spenderle e – parere soggettivo – merita ascoltarle. Non necessariamente da me; anzi, forse vale direttamente la pena ascoltare la loro musica. Rock alternativo per orecchie in cerca di suggestioni provenienti ‘dal basso’, ovvero dalla cantina, luogo primordiale di produzione musicale alternative.

Noto il genere musicale dei Fask e accettato che i quattro sono bravi tanto sul palco quanto in sala d’incisione, alla domanda “perché ascoltarli”, risponderei in primo luogo: per sostenere la musica alternativa, i canali di inventiva culturale, musicale e linguistica che non passano attraverso il flusso mainstream. Non che ci sia qualcosa di male nel mainstream: se piace, va bene tutto. Ma il mainstream non è tutto, e fuori da esso c’è tanto di quel buono da scoprire che non farlo sarebbe uno spreco colossale. Non vale la pena perdere l’occasione di ascoltare buona musica o vivere un bel concerto solo perché non è passato da radio e canali tv tematici. Trovate una scusa migliore per non ascoltare musica alternativa.

Il loro ultimo disco si intitola Alaska, freddo nel titolo e bollente nelle casse. Intenso nei contenuti, i loro testi arrivano immediati, la loro musica appassiona. Dal vivo suona pure meglio, come da tradizione rock, con il cantante Aimone scatenato trascinatore del pubblico. Potenza vocale e sonora al servizio di testi che magari non sono una miniera di citazioni da social network, ma che sanno prendere e si lasciano urlare.

I Fask ci credono in quel che fanno, nella musica e nel darsi un’opportunità. Un bell’esempio: chissà, magari fra trent’anni li ricordermo così. Belli e arrabbiati.

Per cominciare con l’ascolto dei Fask, un umile consiglio: Come reagire al presente.

Written by Pitrocchio

10 febbraio 2015 at 12:59

Niente fumo in tv. In compenso, sparatorie a profusione

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Una società ipocrita e morbosa produce figli ipocriti e morbosi

C’è una profonda ipocrisia nella nostra società, un’ipocrisia che passa attraverso i meccanismi di giudizio sociale del ‘politicamente corretto’. Nei film, per esempio, non si fuma sebbene sia chiaro a tutti che nella vita quotidiana i fumatori esistono, e sono anche tutto sommato numerosi. Non si fuma, ma si spara. Si squarta, si strupra, si producono droghe sintetiche. Si esalta la mafia – ah, che bello, il criminale gentiluomo. Però, guai a fumare: cattivi insegnamenti, si direbbe.

Il sangue mostrato nelle morti violente in tv o al cinema è sempre più realistico, tanto che mi viene da chiedermi se mai – nella vita vera – farebbe ancora la stessa impressione vederlo. Abituati a vedere fiotti di sangue uscire da corpi crivellati di proiettili, ci sembra di aver già visto tutto, già visto un uomo morire. Le urla e i rantolii, sempre più realistici anche quelli, ci fanno sentire la presenza del dolore. Non certo in misura empatica, ma morbosa: vogliamo vedere come si muore, ma senza morire a nostra volta e – soprattutto – senza sentirne il peso sulla coscienza.

Restiamo, nonostante tutto, profondamente ignoranti sulla morte e sui mezzi con cui viene prodotta. Ci riempiamo la bocca di kalashnikov e simili perché lo abbiamo visto (o crediamo di averlo fatto) in qualche bella serie tv. Come i ragazzini, quelli che fanno sesso giovanissimi ma che non sanno cosa significhi ‘amore’, o fare l’amore. Esiste solo la sovraesposizione, l’ostensione: che sia la morte, o il sesso. Tutto va bene, finché si soddisfa la morbosità.

Già, ma non si può fumare nei film. Potrebbe portare cattivi insegnamenti.

Written by Pitrocchio

17 gennaio 2015 at 09:43

Pubblicato su Pitrocchiate, Riflessioni amarognole

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