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Archive for the ‘Racconti metropolitani’ Category

Racconti metrop(p)olitani – Puntata 1.1

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Il meccanico: creatura quasi mitologica a metà tra lo stregone taumaturgo e lo scienziato. Una risposta pronta a ogni dubbio (di natura meccanica, si intende), anche se in apparenza non pertinente. Uso di terminologia di ‘settore’ o specialistica, quando non palesemente ingannatrice nei confronti di quelle categorie di persone affatto interessate alla materia.

Cosa pensa l’uomo dietro al meccanico? Cosa spinge una persona a consacrare la propria vita alla ricerca di «rumorini sospetti provenienti dal motore» e di punterie idrauliche? Quali pensieri agitano il sonno di chi conosce la differenza tra bullone e brugola? Come si vive sospesi tra un servofreno, un intercooler, pastiglie e centraline?

Il viaggio moderno non può prescindere da un motore: automobili o motociclette, aerei o treni, (quasi) tutto ciò che ci permette di muoverci è azionato da un motore. Elettrico o a scoppio, benzina o diesel o a metano, il motore è portatore della speranza di cambiamento, temporaneo e definitivo quanto metaforico o reale. Se si guasta, tuttavia, non c’è speranza che tenga.

C’è bisogno di un esperto.

Un meccanico.

Titolo: Il meccanico

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Written by Pitrocchio

7 agosto 2013 at 12:17

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Racconti metrop(p)olitani – Puntata 06

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Ci sono quattro persone in attesa di un autobus alla mia solita fermata: «Niente di meglio di uscire dall’ufficio alle tre e emzza per non trovare gente sui mezzi», è la frase con cui battezzo la situazione.

Appoggio un’occhiata veloce a una minigonna sbarazzina, troppo corta e sgargiante prima di rendermi conto che il mio 11 è in arrivo, insolitamente puntuale. Le lisce gambe intraprendenti terminano in un paio di scarpette gialle che non fanno che muoversi in pochi centimetri quadrati di marciapiedi: fosse giovedì, mi avvicinerei alla ragazza. Invece è martedì, e il martedì il mio secondo lavoro mi reclama come una fidanzata a cui vuoi più bene di quanto in realtà meriti. Aspetto l’apertura delle porte davanti e salgo sul bus: quasi vuoto, ottimo.

Afferro uno degli appositi sostegni, cercando un punto in cui il metallo è freddo, stringendo tra i piedi lo zaino. «L’hai vista quella con le scarpe gialle?», fa uno alla mia sinistra. Trenta secondi di pensieri in rapida successione: 1) ce l’ha con me? 2) chi è? 3) ha visto come guardavo quella ragazza? 4) è suo padre? Il suo fidanzato? 5) scendo alla prossima fermata. «L’hai vista? Pare Veronica qualche anno fa». Sospiro di sollievo: non conosco nessuna Veronica, ergo il tizio non parla con me, né è un suo congiunto difensore violento. Riacquisisco un colorito umano e mi volto a osservarlo.

Uomo basso, di una certa età, vestito come tanti sessantenni di oggi – cioè come i quarantenni di ieri – sguardo fisso sulla strada mentre parla la conducente. «Veronica ha fatto un altro figlio dopo che te ne sei andato, Maichel lo ha chiamato». «Maichel», penso, chiedendomi se si tratta di un difetto di pronuncia o di un addetto all’anagrafe poco incline al nome straniero. «T’ho ricordi don Miche’, quello del bar? Il bar…di don Miche’», chiede il signore. Il conducente annuisce, mette la freccia a sinistra e abbozza la svolta: «Sì, don Miche’». «Eh, quello vende tutto mo’, vende il bar, vende i mobili, vende pure chi se lo compra il bar!», prova a fare il simpatico il pensionato. I due sembrano conoscersi, o almeno avere un vissuto comune.

Il bus riparte dalla mezza svolta a sinistra. Piccolo strappo in partenza, signora con una borsa elegante rischia il volo. «A quello gli danno un po’ di soldi e lui ci fa la pensione per la moglie», sintetizza il più attempato dei due. «Se a me mi davano quello che mi dovevano me lo aprivo pure io un bar, ci mettevo a tua madre alla cassa e pure a Giorgio, faceva il caffè, il cappuccino, l’aperitivi e tutto quanto – prosegue, mentre sembra strizzare l’occhio al conducente – Mica male il vecchio». L’autista nemmeno lo guarda, chiude le porte alla penultima fermata prima della stazione e riparte. Ancora uno strappo in partenza.

«Mattè, ma tu ci lavoravi vicino a tuo padre se tenevo un bar?», chiede il sessantenne, tenendo l’aria di uno che fa una boutade. «Io, te , mamma e Giorgio tutti insieme? Pà, tu sei pazzo», fa l’autista guardando alla sua destra, solo apparentemente alla porta del bus che si chiude. Il più vecchio dei due sta guardando avanti a sè da quando ha fatto la sua domanda irriverente, forse pentito, forse speranzoso in una risposta affermativa. «Dicevi sì e tutto si risoveva, tuo padre era contento e tu tenevi pulita la coscienza», penso. «Lo sai che la moto va ancora? Una volta che c’è il sole la voglio prova’», ribatte l’anziano.

I freni stridono un poco, la fermata è la mia. Passo dietro al signore che gesticola fingendo di accendere una moto col pedale. Mentre poggio il piede sul marciapiedi lo sento imitare il rumore di un motore con la bocca. L’autista si gira ancora, verso la porta, verso il padre o verso di me. Serio, attende la mia uscita e chiude la porta. Ripartendo, forse, ripenserà al bar che suo padre ha sognato di aprire con lui.

Titolo: Vietato parlare al conducente.

Cosa sono i racconti metrop(p)politani? Scoprilo!

Written by Pitrocchio

7 luglio 2013 at 10:01

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Racconti metrop(p)olitani – Puntata 05

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Desideroso di camminare, ma incapace di decidere in che direzione farlo, mi guardo intorno per capire dove sono finito. L’autobus è appena ripartito e mi rendo conto di essere capitato in una zona residenziale, tante case, pochi negozi e rari passanti – perlopiù pensionati.

Sono ancora in dubbio se pentirmi della scelta, ma intanto comincio a studiare la cartina della città affissa alla fermata del bus. Quando sento di aver carpito i segreti delle vie che mi circondano, mi muovo e mi incammino. «Un bel quartiere», penso mentre comincio a rilassarmi: imbocco la strada dalla quale sono arrivato col bus, percorrendola a ritroso – almeno per un centinaio di metri. Mi separo dagli auricolari e dalla musica per concentrarmi sui suoni urbani, melodie di mezzi meccanici e sirene in lontanza.

Camminando, vado a percepire le piccole dosi di buonumore che il mio cervello rilascia. Merito della piacevolezza della giornata e della passaggiata e delle prospettive di ‘vita’ che mi si parano davanti. Attraverso la strada, allontanandomi dal percorso tracciato dall’autobus per giungere fin qua, e arrivo nei pressi di un cinema – chiuso, a quanto pare.

A distanza scorgo un signore avanzare verso di me: è l’unico passante e io ho davvero bisogno di rivolgere la parola a qualcuno. Nemmeno parlare da solo mi aiuterebbe. Quando si trova a pochi metri da me, sfodero il miglior sorriso smarrito che posso fare e gli domando un’indicazione stradale per un punto che, in realtà, so benissimo dove si trova. Non riuscendo a parlare con anima viva, mi riduco a chiedere indicazioni, elemosinando manciate di secondi di conversazioni, sperando di trovare passanti disponibili a concedermi mezzi minuti di umanità.

Non è la prima volta che capita. Ormai, sono diventato abile: so che non posso chiedere indicazioni per strade troppo nascoste né per negozi, ma per i monumenti non troppo noti non ci sono problemi. Non devo domandare di luoghi eccessivamente distanti, altrimenti la difficoltà di spiegarmeli può indurre a non rispondermi; devo scegliere le persone giuste (mai i gruppi di più di tre cristiani) e dosare le parole. Niente frasi prolisse, dritto al punto ed esordire con «Mi darebbe un’informazione?», per evitare di essere preso per un venditore.

Negli ultimi mesi ho chiesto più informazioni che in tutta la mia vita: a volte ne avevo davvero bisogno per raggiungere un posto, ma altri giorni avevo solo voglia che mi si rivolgesse la parola. E questo signore a cui ho chiesto un’indicazione ha anche fatto due parole con me per suggerirmi di visitare un chiesetta poco distante.

Il mio dialogo più lungo del mese.

Titolo: Solo, troppo solo pt.2.

Cosa sono i Racconti metrop(p)olitani? Scoprilo!

Written by Pitrocchio

7 marzo 2013 at 12:31

Racconti metrop(p)olitani – Puntata 04

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Mi chiudo alle spalle la porta di casa, controllando una marea di volte il mazzo di chiavi che ho in tasca per evitare brutte sorprese al mio rientro. Giro la chiave nella serratura, mi assicuro che la porta sia ben chiusa e mi avvio verso le scale per scendere in strada.

Pomeriggio libero dai corsi universitari, oggi. E un mercoledì di ottobre così frizzante toglie la voglia di stare in casa a studiare. Sul marciapiedi mi guardo intorno, il classico pomeriggio lavorativo di una grande città. Auto in corsa, uomini in giacca e cravatta, signore con un passeggino che entrano nel parchetto poco distante. Attraverso la strada con poca attenzione, cosa rara per me, e per poco non vengo colpito dal furgone del corriere espresso che non si degna nemmeno di insultarmi tanto va di fretta.

Alla fermata del bus poco distante guardo la palina, evitando di soffermarmi sul percorso della linea che mi accompagna all’università: uscendo, ho deciso che sarei salito su un autobus a caso, avrei contato non meno di dieci fermate, dopodiché sarei sceso a caso, in una zona della città che non conosco. In realtà, il gioco è facile, perché mi trovo qui da un mesetto o poco più e quindi ignoro la topografia di quasi tutta la città: ecco perché mi va bene una direzione qualsiasi. Faccio così perché vorrei imparare a conoscere le strade, essere autonomo negli spostamenti dato che solo perdendosi si impara a orientarsi; ma, soprattutto, lo faccio perché sono solo.

Non ho niente da fare, né conosco qualcuno con cui passare un pomeriggio. Niente amici quaggiù,  nessuna commissione urgente da fare, nemmeno un prete per chiacchierar. Tolti i corsi universitari, un po’ di studio e l’espletazione di minime questioni (spesa, cucinare, mangiare) sono in balia del tempo che non scorre. Incapace di socializzare, chiacchiero un po’ con compagni di corso che trovo casualmente in aula, ma ognuno sembra o troppo impegnato nello studio o preso da amicizie e amori.

Mentre pranzavo e una pubblicità televisiva si rivolgeva al ‘tu’ spettatore ho realizzato che erano giorni che non parlavo con qualcuno, se escludevo qualche telefonata a mia madre o a un amico a qualche centinaio di chilometri distanza. Non avevo relazioni umane da domenica sera, quando il controllore sul treno mi aveva rivolto la parola per dirmi «Biglietto grazie». Devo parlare con qualcuno, vedergli muovere la bocca, magari gesticolare. Così sono uscito. «Esco, vedo gente, magari entro in un bar e scambio due parole con un cliente o il gestore – ho pensato – o passo dalla Facoltà, se sono fortunato riconosco qualche compagno di corso».

Intanto l’autobus è arrivato, salgo senza biglietto e mi siedo a metà del mezzo. Prima fermata, seconda, terza. «Sarebbe bello fare una partita a pallone». Sette fermate, otto, nove: comincio a pregustare che cosa troverò una volta sceso dal bus. «Mi piacerebbe che ci fosse un bel parco, per una bella passeggiata tra gli alberi». Scendo dopo una dozzina di fermate. Mi guardo intorno, spaesato come è ovvio che sia, ma anche carico di voglia di fare, di parlare, di camminare e – perché no? – anche di amare.

Insomma, ho voglia di tornare a essere un essere umano.

Titolo: Solo, troppo solo pt. 1.

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Written by Pitrocchio

7 febbraio 2013 at 16:45

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Racconti metrop(p)olitani – Puntata 03

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«Fai la brava, siediti qui che il signore ci lascia il posto».

Mia mamma dice sempre così quando saliamo sull’autobus insieme, anche se non è vero che il signore ci lascia il posto. Lo fa dopo, quando vede che io sono giù.

La mamma dice sempre alle persone che io sono giù, anche se non è sempre vero che io sono giù. Cioè, non so bene cosa significhi quello che dice, ma lo racconta spesso. E a volte sono giù davvero, ma altre volte no. A volte lo divento. A volte sono i cavoli che mi fanno andare giù.

Quando sono sull’autobus mi piace guardare le persone che passano fuori dal finestrino. Sono tante, e hanno tutte fretta! Corrono sempre, io per fortuna no, non sono mai in ritardo, mai stata ritardataria, anche se i miei compagni di scuola me lo dicevano sempre che ero ritardataria. Che cattivi. Loro ridevano e dicevano «Esce perché è ritardata» quando uscivo dalla classe prima di loro: ma non aveva senso, perché se uscivo prima di loro ero anticipata.

Le maestre, invece, parlavano in inglese di me: ogni volta che mi presentavano a qualcuno dicevano sempre che ero giù, ma non in italiano. Dicevano «Lei è down, ma è tanto dolce». Per loro ero sempre down, che in inglese vuol dire giù – me l’ha detto il mio papà. Le maestre erano brave con me, io portavo le caramelle in classe e poi me ne lasciavano prendere due, mentre agli altri compagni ne toccava solo una: a volte essere down di morale conviene!

Però, altre volte no, è brutto. La mamma ogni tanto piange perché pensa che io sia down di morale e – anche se non è vero – faccio la faccia triste, più triste che posso per farla contenta. Solo che poi mi scappa da ridere perché io invece sono contenta dentro e allora corro via per non far vedere che una bambina down può anche ridere.

La prossima fermata scendiamo. «La prossima fermata scendiamo», fa mia mamma. «Scendiamo down dall’autobus», penso. E visto che la strada è in basso rispetto al bus, allora la strada è come me: down.

Titolo: Down di morale.

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Written by Pitrocchio

7 gennaio 2013 at 11:48

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Racconti metrop(p)olitani – Puntata 02

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Non c’è niente di più democratico della fermata dell’autobus. Tutti sulla pensilina, ad aspettare il mezzo pubblico, che piova o splenda il sole. Pari opportunità per tutti: se piove, e c’è una tettoia, chi è più bravo ci si infila sotto e si copre; gli altri, doccia.

E poi c’è l’attesa. Si aspetta insieme, che il bus o il tram sia in ritardo, in orario o anticipo. Qualcuno si arrabbia e siamo alle solite. Un paio di persone chiacchierano a cellulare, non si capisce se per ingannare l’attesa o per effettiva urgenza comunicativa. Lì in fondo due fidanzatini adolescenti si baciano e viene da chiedermi perché alla loro età non ero così. Sotto la palina la vecchina si interroga sulla linea da prendere per andare al mercato (ma continua a ignorare la direzione giusta da seguire).

Voci che si accavallano da ogni lato: frammenti di discussioni, brandelli di “Come stai” e “Che fai” e “Allora ci vediamo un’altra volta”. I pezzi di una trentina di vite che si intrecciano grazie a un autobus che non arriva mai e poi si sfaldano di fermata in fermata.

La ragazza castana che arriva verso la pensilina guarda per terra assorta in pensieri indecifrabili per i maschietti del bar che le guardano un sedere troppo vistosamente oscillante da sinistra a destra a sinistra a destra secondo il suo incedere. Si piazza nel cuore della democrazia da pubblico servizio. Guarda l’orologio, sorride ai fidanzatini e prende il cellulare. Schiaccia sicura dei tasti, poi avvicina il telefono all’orecchio e inizia a parlare, a voce alta, in una lingua a me incomprensibile: rumeno? Russo? Magari un dialetto di Kiev sud.

Parla per cinque minuti, quasi consecutivi, stoppandosi di colpo forse per ascoltare il suo interlocutore, o magari per dargli il modo e il tempo di riprendersi da quella gragnuola di parole. Parla che sembra concitata, ma nel resto è tranquilla: non si agita, non gesticola, non si muove da dove si è fermata pochi istanti prima.

Parla senza che nessuno la capisca, e almeno due terzi di noi non la vuole capire semplicemente perché immerso nei fatti suoi, e senza che nessuno le passi vicino. Non è bella, ma tanti la guardano. Non dice cose interessanti per chi la circonda, eppure qualcuno sembra pendere dalle sue labbra screpolate.

Rumore di freni che fischiano e sembrano sospirare: «Finalmente ci siamo, l’11 è qui». La ragazza tace un istante e guarda la palina. Mentre salgo sul bus e mi volto verso il finestrino la vedo con il telefono in mano scattare verso le porte dell’11 che si stanno chiudendo e tentare di salire al volo sul bus. Ma oggi l’autista non è in vena di gentilezze, le porte si chiudono e il motore del mezzo sbuffa: «L’11 riparte, chi c’è c’è». E lei si rimette a parlare al telefono, ma stavolta sì che gesticola.

Titolo: Se ne dicono di parole.

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Written by Pitrocchio

7 dicembre 2012 at 10:27

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Racconti metrop(p)olitani – Puntata 01

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Ragazzo cingalese alla fermata dell’autobus, frequentatissima al mattino perché la più prossima alla stazione che porta i pendolari della provincia nord in città.

Con il treno delle 7.18 arrivano le segretarie, quelle che devono essere in ufficio prima di tutti e soprattutto del capo, ma poi – mezz’ora dopo – arrivano gli studenti, dell’Itis lì di fronte o di qualche altro istituto sparso per il quartiere. Un’orda, colorata e tutto sommato ordinata: almeno, lo è più della fila delle 8.18, quella composta dagli altri lavoratori dipendenti che si spintonano a vicenda per arrivare pochi secondi prima alla fermata del bus sperando (invano) in un colpo di fortuna, un autobus in attesa, semivuoto e caldo pronto a partire senza attendere il resto della folla.

E il ragazzo cingalese è lì. Sorride, sorride sempre: «Cazzo c’ha da ridere?», pensi e intanto prendi il giornale freepress che ti porge. «E dice pure grazie, manco fossi io a fargli un favore!». La pettorina arancione stacca sul suo viso pacioccoso, quasi da ragazzino anche se ha ormai 28 anni. Al tacchettìo veloce delle scarpe col tacco delle segretarie della prima ondata risponde con infornate di giornali freepress, che distribuisce copiosamente: «Grazzi», dice, «Buogiorno», esclama.

Ai ragazzi con zaino e i-Pod elargisce sorrisi ancora più ampi, e solite carrellate di freepress. Il ragazzo cingalese: una garanzia dodici mesi l’anno, cinque giorni su sette. E negli altri giorni? I pendolari non se lo domandano, perché il weekend col cavolo che prendono il treno.

Il ragazzo cingalese, con cappellino e sciarpa tranne che a giugno e a luglio, sorride e distribuisce giornali ai passanti, agli autisti degli autobus, agli automobilisti che suonano il clacson per richiamarlo – fermandosi a bordo strada intasando il traffico. E poi agli anziani, a cui nega due copie della freepress perché «Poi nienti per ialtri», ma sempre col sorriso.

Ragazzo congalese ad alto tasso di buon umore, o almeno di sorrisi. Il tuo, per molti, è il primo gesto amichevole, mentre per altri è l’unico della giornata. Per questo ti dico:  «Non andartene, non ancora».

Titolo: “Freepress, freesmile”.

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Written by Pitrocchio

7 novembre 2012 at 14:15