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Rottamo la mia vecchia Punto

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E come quando ero bambino, mi dispiace farlo

Nei prossimi giorni, ed è una notizia inutile sulla mia vita, porterò a rottamare la mia vecchia Fiat Punto. Sedici anni di vita e quasi 200mila chilometri percorsi (196.651 per l’esattezza), un innumerevole quantità di ruote forate, di litri di olio buttati in un motore che se lo mangiava nottetempo – non c’è altra spiegazione.

A breve, la guiderò per l’ultima volta su una strada per condurla da chi la farà a pezzi, la smonterà e la vedrà buona solo come fonte di ricambi a poco prezzo. Ma per me è stata molto di più, inevitabilmente: è stata mobilità autonoma, ovviamente, anche se non sempre a costi convenienti – questo va detto. È stata compagna di avventure, di serate e pomeriggi, di lavoro, di ricerca di parcheggio, rifugio quando la solitudine negli altri luoghi a me familiari si faceva opprimente. I ‘soliti ignoti’ me l’hanno aperta due volte per rubarmi l’autoradio, è stata tamponata da mio fratello (senza colpa), l’ho rigata parcheggiando sotto la sede del Risveglio (due volte, di cui una con testimoni).

È solo un oggetto – mi ripeto – un pezzo di metallo e di plastica e di vetro, alimentato a combustibile fossile e che si muove su della gomma. Niente di particolare. Solo un oggetto. Ma agli oggetti attribuiamo un senso, un significato, che spesso va al di là del loro stesso valore intrinseco: al pezzo di carta che appendiamo al muro dopo gli studi, al pezzo di metallo che leghiamo al polso sinistro, all’inchiostro che tatuiamo sulla pelle. Oggetti, semplici ‘cose’: un vestito che ci ricorda un’epoca o un profumo, un biglietto di una mostra arrivato in busta chiusa a casa, un ritaglio di giornale vecchio come te – importante solo perché c’è stampato il tuo nome fra quello di altri sei o sette nuovi nati. E questo oggetto, la mia Punto, ha un valore simile. Forse sono diventato un sentimentale, o forse è solo un po’ di melancolia momentanea: in fondo, è solo un oggetto che ho usato finché ha funzionato bene. Poi, ho deciso di sostituirlo con uno più efficiente.

La mia compagna dice sempre che i bambini sono animisti, perché attribuiscono una “anima” agli oggetti di per sé inanimati. Sentimenti, volontà, desideri. Il giocattolo che rimane solo “ha paura”, la sedia che picchia contro il tavolo “si fa la bua”. Ecco, io non sono animista a questa maniera, ma quell’oggetto per me significa qualcosa: ed è destinatario del mio affetto, per quanto strano possa sembrare. Voglio bene alla mia macchina, anche se a volte mi ha fatto tribolare.

Quando era bambino, mio papà rottamò la sua vecchia Fiat 128. Era blu notte, era lenta e antiquata: ma era la “macchina di papà”. Venne il carro attrezzi a ritirarla, un pomeriggio: scesi con mio papà a guardare, perché un carro attrezzi in cortile è pur sempre una meraviglia da gustare a poca distanza. Poi il signore che guidava il carro attrezzi scese, aprì l’auto e vi armeggiò qualche secondo dentro. La agganciò a un cavo e la caricò sul suo mezzo. Ecco, esattamente in quel momento cominciai a piangere, a singhiozzare. Portavano via la macchina di papà e io piangevo. Ero inconsolabile.

E oggi credo di essere rimasto ancora là, a quando avevo poco meno di otto anni e nel cortile di casa vedevo portare via un pezzo della nostra vita. Vedevo portare via la macchina di papà.

La mia Punto

La mia Punto in carrozzeria, dopo l’infelice tamponamento

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Written by Pitrocchio

29 marzo 2017 at 23:14

Racconti metrop(p)olitani – Puntata 1.1

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Il meccanico: creatura quasi mitologica a metà tra lo stregone taumaturgo e lo scienziato. Una risposta pronta a ogni dubbio (di natura meccanica, si intende), anche se in apparenza non pertinente. Uso di terminologia di ‘settore’ o specialistica, quando non palesemente ingannatrice nei confronti di quelle categorie di persone affatto interessate alla materia.

Cosa pensa l’uomo dietro al meccanico? Cosa spinge una persona a consacrare la propria vita alla ricerca di «rumorini sospetti provenienti dal motore» e di punterie idrauliche? Quali pensieri agitano il sonno di chi conosce la differenza tra bullone e brugola? Come si vive sospesi tra un servofreno, un intercooler, pastiglie e centraline?

Il viaggio moderno non può prescindere da un motore: automobili o motociclette, aerei o treni, (quasi) tutto ciò che ci permette di muoverci è azionato da un motore. Elettrico o a scoppio, benzina o diesel o a metano, il motore è portatore della speranza di cambiamento, temporaneo e definitivo quanto metaforico o reale. Se si guasta, tuttavia, non c’è speranza che tenga.

C’è bisogno di un esperto.

Un meccanico.

Titolo: Il meccanico

Written by Pitrocchio

7 agosto 2013 at 12:17

Pubblicato su Racconti metropolitani

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Il confessore laico

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Azione emblema di virù mascolina, recarsi dal barbiere per sistemare capelli, barba o entrambi è un’attività che mi è sempre piaciuta assai.

Fin da bambino, quando il mio barbiere era Enzo. Mensilmente (credo) ci andavo con mio padre, portando con me una mascotte inseparabile: un’automobilina, sempre diversa, un giocattolo con cui passare il tempo dell’attesa in cui mio padre leggeva il giornale ed Enzo trattava la testa di qualcun’altro. Mi piaceva dimostrare di essere bravo a riconoscere la auto, a parlarne come facevano i ‘grandi’.

Da qualche anno, il mio barbiere è Tony. Più giovane, più juventino, più politico. Ma mai sopra le righe: il vero barbiere, come Tony, come Enzo, ascolta, annuisce. Sa stare al suo posto nella conversazione mentre maneggia lame affilate dietro la tua testa: se sei un tipo poco loquace allenta le briglie della tua ritrosia a parlare, scovando con tatto l’argomento con cui far divagare la tua mente. Senza questo espediente, chi si siederebbe tranquillo dando le spalle a un uomo armato?

Dal barbiere si parla: donne, calcio, partiti, calcio, automobili, notizie strane, calcio, soldi e lavoro, calcio, sport e ancora calcio. Il barbiere ti dice la sua, ma poco: fa che sia tu a parlare. A confessare i tuoi pensieri, a prendere posizione, a dire «Era rigore!» anche se sai benissimo che non lo era.

Un confessore laico: uno che, nella mezz’ora in cui ti taglia i capelli, ti dia quello che a volte nemmeno le persone care ti sanno dare: ascolto e importanza.

Written by Pitrocchio

1 maggio 2013 at 14:55

Karma Semaphore

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Ore 16.35, percorro in automobile un lungo corso cittadino. Traffico sostenuto, ma si viaggia tranquilli e senza intoppi: qualche semaforo rosso interrompe quella che pare – per alcuni automobilisti – una marcia trionfale da celebrare con ‘La cavalcata delle Valchirie’, o con l’ultimo disco di Rhianna.

Arrivo all’incrocio che la luce rossa del semaforo sta già richiedendo il suo tributo di arresto, e di improperi per un segnale che sembra farlo apposta di arrossire quando passi tu: sarà che il semaforo si vergogna di me? Rallento con un po’ di anticipo, e quando sono a meno di 3 metri dall’auto che mi precede, una station wagon mi si affianca e stringe verso di me puntando a inserirsi in coda prima di me – che, stoltamente – ho lasciato spazio libero davanti al mio muso.

«Non se lo merita, di passarmi davanti», esclamo. «Guarda, sul tetto ha una scala da imbianchino – risponde il mio passeggero – magari sta correndo a lavorare, o ha appena finito».

Al verde lo lascio passare, nonostante la sua arroganza: «Altrimenti che facevi, gli andavi contro?», mi chiede il mio passeggero. «Forse», dico sorridendo: in quel momento la station wagon sobbalza e si spegne, proprio in mezzo all’incrocio. «O forse invoco il karma che lo punisca», chiudo con un’espressione tronfia da giustiziere del semaforo.

Written by Pitrocchio

28 novembre 2012 at 10:59

Pubblicato su Pitrocchiate

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Cento di queste migliaia

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Quando si ha la fortuna di acquistare un’automobile nuova, è come se inziasse una nuova vita per il proprietario. Una vita bellissima, fatta di soddisfazione per l’acquisto e di orgoglio di raccontare dieci, cento, mille volte tutte le caratteristiche tecniche del mezzo a motore.

La cura maniacale, l’apprensione per la vettura sono passaggi obbligati per il neo-proprietario di una macchina nuova. Poi, tutto inizia a scemare: il gusto della novità si affievolisce, la routine stradale cancella ogni apprensione. Alla prima riga sulla carrozzeria c’è un senso di tragedia, che si trasforma in frustrazione ai primi bolli che fanno capolino su portiere e parurti. Poi c’è la rassegnazione e, in ultimo, non ci si fa più caso. L’inizio della fine.

Finché non arriva un istante magico per ogni automobilista: il momento che si segna sul calendario, di quelli che si immortalano in una foto. L’attimo in cui lo strumento chiamato ‘contachilometri’ segna la mitica, fatidica e magica cifra: nuda e cruda. Un numero ‘uno’ seguito da uno ‘zero’ ripetuto cinque volte. Centomila chilometri. 100,000.

Per un attimo, tutto torna alla bellezza dell’inizio, quando ‘lei’ era nuova di fabbrica. Un sorriso si stampa sulla bocca, «Centomila», ancora un’occhiata al numero mistico. Centomila. Un attimo eterno, che si spezza allo scatto della cifra: 100,001.

Written by Pitrocchio

5 giugno 2012 at 13:45

Pubblicato su Pitrocchiate

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