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Spalle al muro, e il futuro è lì dietro

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Giocare d’azzardo con la dignità delle persone

Non mi piace parlare per generazioni astratte, parlando di gruppi che esistono per lo più a livello mediatico, però questa volta mi pare necessario, utile e doveroso. Mi riferisco alla generazione dei precari, quelli che hanno avuto in eredità dai padri e dai fratelli maggiori un mondo del lavoro che parcellizza diritti e spezzetta i contratti in infiniti ricorsi a prorogh e tempi determinati.

Una generazione che si è trovata nel mezzo di una transizione, un passaggio vorticoso che non è stato colto nella sua interezza agli inizi. Lo hanno detto in molti, la varietà di esperienze e la capacità di adattarsi a molteplici mansioni o contratti o tipologie di lavoro non è precarietà: eppure, nel mondo occidentale le politiche lavorative hanno virato proprio verso la precarizzazione con un ottimismo immotivato, un’incapacità di cogliere i rischi di una simile evoluzione e una miopia ostinata e ostentata nel voler leggere solo aspetti positivi dai contratti a tempo determinato, dalle leggi sugli stage o sull’alternanza scuola-lavoro.

I ‘cervelli in fuga’ sono diventati l’ennesima espressione abusata usata dai giornali (come la “cocaina purissima” che viene evocata ogni volta che avviene un sequestro da parte delle forze dell’ordine). Un’espressione utile a identificare, indicare, etichettare: ma incpace di vedere cosa c’è al di sotto di quei ‘cervelli’. Ma l‘assenza di politiche giovanili e lavorative, o l’insufficienza di queste, ha portato a una leggera indifferenza verso il destino di tutto quello che esiste dal cervello in giù di tanti ragazzi e tante ragazze che si barcamenano nel tentativo, a volte maldestro, di tenere ‘la barca pari’ fra ambizioni legittime, sogni che spesso si infrango e una realtà cinica.

Ho riletto la lettera, forse un fake, come riporta Il Fatto quotidiano, del ragazzo trentenne di Udine che si è suicidato: quel Michele che parla di “furto della felicità“. Ora, a prescindere dalla realtà o dalla verisimiglianza della lettera (a proposito, l’Ordine dei giornalisti ha disposto verifiche sull’operato del giornale che per primo ha pubblicato l’articolo?), questa immagine forte mi fa venire in mente tutta una serie di persone dall’enorme potenziale e che ancora, a 30 anni o forse più, sono ancora dei mezzi adoloscenti, perché sembra che la società non li voglia. Perché visti come qualcosa che non serve, che deve aspettare il proprio turno, che si conquisti ogni mezzo centimetro cubo di ossigeno per respirare.

Io adesso ho 34 anni, ma a giugno ne compirò 35. Sono un precario. Ho studiato all’università, ma la mia laurea è solo un pezzo di carta appeso al muro, un pezzetto di oergoglio per me, i miei genitori, mio fratello e la mia fidanzata. Se penso alla mia situazione, mi vedo con le spalle al muro – sempre più con le spalle al muro. “Con il futuro qualcuno ha giocato d’azzardo”, cantano i Subsonica in una loro canzone: verosimilmente, quel qualcuno ha perso e ha scaricato rischi e perdite sulle pedine che nella società hanno meno di 40 anni, non hanno figli perché non possono averne, che sono chiamati a lavorare per tre mesi, o sei quando va bene, a leccare il culo a qualche capettto o sindacalista per lasciarsi illudere che sì, un giorno arriverà il posto fisso o una piccola stabilizzazione che riguarderà anche te.

Il serbatoio dell’ottimismo si sta svuotando, quello della buona volontà continua a resistere e pure quello della volontà di sfidare un destino che sembra già scritto. Ma il problema è la disperazione, cioè la mancanza di speranza: se è vero che “c’è un’ipoteca anche sulla tua dignità“, allora il peggio ha da venire.

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Written by Pitrocchio

21 febbraio 2017 at 17:28

«Noi la crisi non la paghiamo (e forse nemmeno le tasse)»

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Le imprese, i politici, il futuro, gli imprenditori, le tasse, la crisi economica io canto.

Mi permetto di ricalcare il proemio dell’Ariosto pensando alla serata di ieri, in cui ho seguito un convegno di quattro associazioni di piccole imprese che hanno detto – in sostanza – «basta».

Ma basta a che cosa? Gettonatissima la politica: basta ai politici, basta al parlamento che non legifera, basta al parlamento bloccato dagli interessi personali «di uno solo» (e la persona che l’ha detto si è preso contestazione e grida contrariate, perché «Non vogliamo sentire i tuoi pensieri politici» e «Stasera niente politica!»), basta alle tasse, alla politica che non ci ascolta/non ci sente/non ci parla. Un po’ basta anche ai giornalisti, non sai mai se ti puoi fidare di loro. Basta alla Germania, alla Merkel, a Monti (però qui nessuno ha obiettato che si stava parlando di un politico). Insomma, va là, basta.

Qualcuno azzarda timide proposte, ma non è la serata giusta. Per i timidi. In molti urlano, alzano la voce, si tolgono la cravatta in preda a concitate riflessioni socio-politico-economiche. Lo fanno perlopiù mentre qualcun altro parla, espone un’idea che, anche se contestabile, non vien ascoltata fino alla fine. Proteste dalla platea mentre un politico locale prende il microfono ed esordisce con «Faccio impresa da 25 anni». Richieste espresse a gran voce, dietro la garanzia dell’anonimato offerto dalla informe massa di uditori: dietro l’invito ad andare a parlare al microfono, però, tutti zitti. La chiamano ‘democrazia dal basso’.

«Sindaco, abbassa l’Imu! Togli la Tares!» reclama qualcuno. Di primi cittadini, però, nemmeno il fantasma anche se ci sono degli assessori. Non basta. Perché? Perché basta con i politici che non ci sono.

Alla fine di due ore parlate pericolosamente («Dobbiamo fare la rivoluzione!»), lo spazio-proposta. «Rifiutiamoci di pagare le tasse, tutti insieme! – chiedono – Sciopero fiscale!». Sanno che in mezzo a loro ci sono i krumiri del fisco, dicono che non pagheranno e il giorno dopo vanno dal commercialista per saldare tutti i conti con lo Stato (tutti…diciamo: quelli che lo Stato vuole sentirsi dire). Perché, lo si è capito, l’urlo è “Basta tasse” e «Stavolta lo pretendiamo, perché è finito il tempo di chiedere».

Written by Pitrocchio

19 aprile 2013 at 13:57

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Missione lavoro: FAIL

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‘Obiettivo lavoro’, recita in maniera netta l’insegna. Altro che ‘Adecco’, che sa di marca di caffè, o ‘Manpower’, che ricorda una super-eroe i cui poteri si limitano a quelli dell’uomo comune. ‘Obiettivo lavoro’, slogan e logo allo stesso tempo.

E mentre tutti attorno a te attirano la tua attenzione dicendoti che «C’è crisi, non si trova lavoro!», tu provi a rivolgere lo sguardo verso il tuo Obiettivo: lavoro. E scopri che è stato affittato.

[Che poi, il cavo elettrico del faretto a destra annodato che sembra un cappio mi fa proprio un brutto effetto.]

Written by Pitrocchio

12 aprile 2012 at 16:19

Pubblicato su Photo-mania, Reality kills

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