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Erdogan, Punk Islam del 2000

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 La Turchia dopo il fallito colpo di Stato. Se ne è parlato a Torino

Per una curiosa ironia della modalità di ascolto ‘random’ sulla mia autoradio, martedì 29 mi sono trovato ad avvicinarmi al Circolo della Stampa di Torino accompagnato dalle note di Punk Islam dei CCCP.

Piccola stranezza visto che l’incontro, che rientrava nella serie ‘Voci scomode’, era intitolato Turchia, censura di stato. E a parlare c’erano due brave giornaliste italiane, Lucia Goracci della Rai e Marta Ottaviani de La Stampa: con loro, Halgurd Samad e Sakher Edris. Due giornalisti in esilio in Francia, ospitati dalla Maison des journalistes perché in patria rappresentano – non a caso – due esempi di voci scomode.

«Erdogan si salva sempre», sintetizza la Goracci quando prova a ricostruire il percorso politico del presidente turco, partito con una carica carismatica e anche innovativa se vogliamo per cavalcare una degenerazione politica non del tutto casuale. Perché i germi di una ‘democratura’, come può essere definita la poco libera democrazia della Turchia, hanno bisogno di anni per maturare. L’Unione europea ha fatto il resto: è opinione condivisa dalle due giornaliste italiane che Bruxelles non abbia mai voluto davvero l’ingresso della Turchia nell’Unione: «80 milioni di musulmani in Europa? Non credo che l’Unione volesse questa ipotesi», sostiene la Goracci. «A Gezi Park, quando i giovani manifestavano contro il potere, nessuno si aspettava nulla dall’Ue – rilancia la Ottaviani – L’Unione è stata troppo dura con la Turchia quando si parlava di un suo ingresso, e ora è troppo morbida nel sopportare quello che accade lì».

Il punto, riconosciuto da molti, è che l’Unione europea – a oggi – non può fare a meno di Erdogan sulla questione migranti. «L’Ue è sotto scacco – scandisce la giornalista della Rai – Incapace di allocare 40mila rifugiati siriani fra 28 Paesi, come potrebbe gestire un’ondata potente di migrazioni?». E questo nonostante Erdogan non sia lungimirante in politica estera: aveva ‘scommesso’ sulle cosiddette primavere arabe, sostenendo la parte che poi è risultata in qualche modo perdente e le sue alleanze sono ondivaghe e poco affidabili.

Tanto che, oggi, circa 3mila siriani rifugiati ospitati dalla Turchia cercano di fuggire dall’Anatolia per paura. «Per la Turchia, i siriani sono solo uno strumento in vista di obiettivi politici diversi», conclude il giornalista siriano Sakher Edris.

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Written by Pitrocchio

1 dicembre 2016 at 22:43

Pubblicato su Reality

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La mafia? Dove vivo io si respira

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Michele Albanese sprona i colleghi giornalisti a parlare di mafie

E se ti dicessero che il 30% della marijuana in Italia arriva dall’Aspromonte e da Vibo Valentia, cosa risponderesti?

Michele Albanese è un giornalista calabrese, un cronista di nera che si occupa da sempre di ‘ndrangheta per il Quotidiano del Sud. Vive sotto scorta da un paio di anni per le minacce subite dalla malavita e dall’8 aprile di quest’anno è il delegato della Federazione della Stampa per i progetti di educazione alla legalità. Durante un incontro a Torino, al Circolo della stampa, ha parlato di sè, del suo lavoro, della Calabria. Con una richiesta urgente, pressante, ineludibile: parlate di mafia.

Si rivolge ai colleghi giornalisti, Albanese: soprattutto a quelli del Nord, quelli che vivono in terre che in molti, ancora, considerano immuni dal contagio della malavita organizzata. Dalle mafie. «La mafia si respira», dice Albanese. Che parla di cifre nel suo viaggio attraverso la piana di Gioia Tauro: un terzo delle canne che gli italiani fumano arrivano da quel lembo di terra meridionale. Una metà circa degli introiti stimati dell’economia illegale appartengono alla ‘ndrangheta: oltre 100 miliardi di euro. 100 miliardi.

«E dove vanno a finire questi soldi? – chiede Albanese – Vanno nelle banche, nel sistema di credito istituzionale». Come a dire, le partite di droga, il traffico di armi, il pizzo e le estorsioni, il commercio di uomini sostanziano l’economia legale. L’erogazione di mutui per comprare una casa, o investire in un’azienda. Per pagare l’università ai propri figli. E la testa di tutto questo, di questa imponente economia è in Calabria, pur con le mani ben salde al Nord Italia e nel resto d’Europa.

«La mafia è nel territorio, non sul territorio – scandisce – I giornalisti devono fare altrettanto. Devono essere ‘dentro’, andare in strada, parlare con le persone, cercare di capire e intuire, lanciare allarmi». Questo dice Albanese, che nonostante la scorta non vorrebbe rinunciare a lavorare per strada, a indagare in prima persona anziché accettare di essere impiegato al desk. «Questo è il mio lavoro». E questo è il suo insegnamento: contro ogni forma di codardia, prima che contro le mafie.

Written by Pitrocchio

2 luglio 2016 at 19:20

Pubblicato su Reality

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