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Il mondo che vorrei

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La commemorazione per la strage di Viareggio del 29 giugno

Mi trovo a Viareggio, in una giornata serena che risponde al richiamo dell’estate appena iniziata. È il 29 giugno, un pomeriggio caldo che si scioglie dolcemente in una serata che rinfresca la temperatura e invita a uscire di casa.

Ed è proprio in strada che incontro un corteo, un paio di migliaia di persone a naso che si incamminano per le vie della città, districandosi fra i luoghi dei turisti e quelli che i villeggianti vedono di rado. Seguirli è un attimo, capire perché sono lì in tanti per un istante riporta alla mente delle immagini dolorose e tristi. Il 29 giugno, infatti, è stato l’anniversario della strage di Viareggio, un fatto che colpì l’opinione pubblica – certo – ma soprattutto le famiglie di 32 vittime dell’incendio che seguì al deragliamento di un treno merci nella stazione locale.

Mi incammino tra la gente, non conosco molte persone e mi guardo intorno. Tanti di loro indossano una maglia bianca, sulla schiena portano scritto “Noi non dimentichiamo“. Qualcuno indossa un braccialetto di gomma con la frase “Il mondo che vorrei” e penso che in un mondo che vorrei i treni portano solo belle notizie. Ci sono bambini e adulti nel corteo, molti dei più piccoli non erano nemmeno nati nel 2009: accanto a me una ragazza parla di quella sera, è un’insegnante e abita in una palazzina a pochi passi dal cuore dell’incendio.

«Abito da sempre laggiù, quella notte non la dimenticherò mai», mi dice. Comincio a chiederle qualcosa di quella notte, della gente del quartiere, di come ha vissuto il processo che ha visto imputato, fra gli altri, l’allora amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti. Mariarosa, questo è il suo nome, mi spiega che quella sera era in casa e si era addormentata guardando la tv: «Il primo scoppio non l’ho nemmeno sentito – mi dice – Poi mi sono svegliata, dalla finestra entrava una luce strana, arancione». E mentre si avvicina alla finestra collega quell’arancione al fuoco, tra le liste della persiana avvolgibile vede le fiamme: «Gocce di fuoco. Erano gocce di fuoco perfette – prosegue e sembra commossa – Ho pensato: “questa è la fine del mondo”».

Insieme al padre cerca di uscire di casa, ma il fuoco è letteralmente ovunque: casa loro è circondata. Da lì, senza aiuto, non è possibile andare da nessuna parte. Intanto, però, i soccorsi si sono mossi: il 118 è già attivo e allertato e le telefonate della gente terrorizzata si accavallano. A pochi metri da casa di Mariarosa ci sono persone che stanno morendo, o sono appena morte; molte altre si stanno bruciando. Qualcuno, un uomo che si trovava su una passerella sopraelevata che permetteva di attraversare la ferrovia, è morto all’istante: non è mai stato trovato, probabilmente lo scoppio e il calore lo hanno liquefatto.

Molte delle cose che mi racconta Mariarosa le conosco, lette o sentite sui giornali o ai tg. Ma ascoltate da chi era lì quella nottata, quelle parole sono più pesanti. Più affilate. Sono spilli che pungono, lasciando una sensazione ruvida sulla pelle. Intanto il corteo arriva alla fine, davanti un piccolo palco dove il presidente dell’associazione nata dopo il disastro riassume l’esigenza del ricordo, al di fuori della retorica. Marco Piagentini porta i segni di quella notte, i segni sul corpo e nell’anima.

Perché la sua storia è quella di un padre che nella notte del 29 giugno 2009 ha perso la moglie e due figli di quattro e due anni. L’unico sopravvissuto della sua famiglia, con lui, è il figlio maggiore che all’epoca aveva otto anni. Piagentini è stato avvolto dalle fiamme mentre rientrava in casa per salvare il figlio maggiore: quasi tutto il suo corpo è ustionato. I piccoli di quattro e due anni non ce la fecero, morirono nelle ore successive. Impossibile immaginare cosa provarono quei due bambini, impossibile capire il dolore – fisico, reale, continuo – di chi è morto nelle fiamme o ne porta i segni tutt’ora.

Mariarosa mi dice che proprio nella mattinata di quel 29 incontrò i bambini Piagentini, e lo dice con dolore. Il dolore di chi è lì per raccontare cosa è successo, ma che non riesce a spiegarsi perché quelle anime innocenti siano scomparse in maniera così brutale. Difficile dire qualcosa di sensato in questo momento. In silenzio, penso a tutte le persone che dicono di amare Viareggio e la Versilia e che a stento conoscono questo episodio.

In città, una delle scuole è intitolata ai piccoli Piagentini: la scuola dell’Infanzia dell’istituto comprensivo Darsena, che sorge a pochi metri dal luogo dell’incendio. Tra le molte scuole dedicate a personaggi famosi, giustamente, mi fa piacere pensare che si sia trovato il modo di ricordare Luca e Leonardo Piagentini.

Continuo a pensare al dolore, a tutti i dolori causati quella notte mentre mi avvicino al motorino per tornare a casa. Ammetto di essere commosso, mi capita quando penso a Marco Piagentini: per l’ingiustizia (nonostante la sentenza di primo grado emessa a fine gennaio), per la sofferenza, per la dignità di come il dolore sia stato affrontato, per il ‘gemellaggio’ con altri luoghi d’Italia teatro di stragi di innocenti. Perché, al di là delle sentenze, dei commenti, delle pagine in cronaca, tocca vivere ogni giorno con il proprio fardello di ricordi e sensi di colpa.

Ed è vero, di fronte a casi come questi le parole non bastano. Ma è anche vero che il silenzio non serve. Essere presenti al corteo di commemorazione, forse, non sarà servito a granché: ma almeno abbiamo testimoniato che il ricordo è ancora vivo, la sete di giustizia inappagata e la voglia di contribuire al ‘mondo che vorrei’ rimane forte.

Written by Pitrocchio

1 luglio 2017 at 15:24