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In fondo, a cosa servono le canzoni?

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«… la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei…»

Le sensazioni che trasmettono le canzoni possono essere vitali, a volte. Ci sono momenti della vita che non sempre brillano per ottimismo o per positività e talvolta la giusta canzone al momento opportuno può darti una mano, un sollievo, un incoraggiamento.

La stessa cosa la possono fare gli amici, ma la ‘canzone giusta’, ascoltata per caso in radio, arriva come un regalo gratuito del destino. Come se la modulazione di frequenza avesse davvero capito di cosa hai bisogno in quel preciso momento. Un regalo gratuito da uno sconosciuto, ecco cos’è una ‘canzone giusta’.

E il bello è che la ‘canzone giusta’ non deve essere necessariamente opera di un artista amato o di un gruppo che si segue da tempo. La ‘canzone giusta’ può arrivare da territori musicali inesplorati, o addirittura evitati. Ho trovato in una canzone di Laura Pausini, per dire, quel tocco che mi ci voleva al termine di una giornata difficile. In altri momenti, la giornata difficile sarebbe cominciata con l’ascolto di Laura Pausini, per dire…

Written by Pitrocchio

2 maggio 2017 at 13:14

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Animali veloci e bambini lenti

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Valide ragioni per ascoltare la musica dei perugini Fast Animals and Slow Kids

Non sono un tipo da recensioni, né posseggo l’eloquio evocativo di chi parla e giudica di musica. Mi garberebbe, come si dice a latitudini toscane, ma non mi riesce. E non sono nemmeno il tipo da elargire consigli (non richiesti) sull’ascolto musicale. I gusti so’ gusti e quello che piace a me non piace a te.

Però due parole per questi quattro scatenati perugini, tre dischi all’attivo e tanti concerti sparpagliati sul suolo italico, merita spenderle e – parere soggettivo – merita ascoltarle. Non necessariamente da me; anzi, forse vale direttamente la pena ascoltare la loro musica. Rock alternativo per orecchie in cerca di suggestioni provenienti ‘dal basso’, ovvero dalla cantina, luogo primordiale di produzione musicale alternative.

Noto il genere musicale dei Fask e accettato che i quattro sono bravi tanto sul palco quanto in sala d’incisione, alla domanda “perché ascoltarli”, risponderei in primo luogo: per sostenere la musica alternativa, i canali di inventiva culturale, musicale e linguistica che non passano attraverso il flusso mainstream. Non che ci sia qualcosa di male nel mainstream: se piace, va bene tutto. Ma il mainstream non è tutto, e fuori da esso c’è tanto di quel buono da scoprire che non farlo sarebbe uno spreco colossale. Non vale la pena perdere l’occasione di ascoltare buona musica o vivere un bel concerto solo perché non è passato da radio e canali tv tematici. Trovate una scusa migliore per non ascoltare musica alternativa.

Il loro ultimo disco si intitola Alaska, freddo nel titolo e bollente nelle casse. Intenso nei contenuti, i loro testi arrivano immediati, la loro musica appassiona. Dal vivo suona pure meglio, come da tradizione rock, con il cantante Aimone scatenato trascinatore del pubblico. Potenza vocale e sonora al servizio di testi che magari non sono una miniera di citazioni da social network, ma che sanno prendere e si lasciano urlare.

I Fask ci credono in quel che fanno, nella musica e nel darsi un’opportunità. Un bell’esempio: chissà, magari fra trent’anni li ricordermo così. Belli e arrabbiati.

Per cominciare con l’ascolto dei Fask, un umile consiglio: Come reagire al presente.

Written by Pitrocchio

10 febbraio 2015 at 12:59

Non avere paura del “per sempre”

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Dire “per sempre” quanta paura può fare? L’irrevocabilità, l’impossibilità di tornare sui propri passi e rivedere la promessa, “per sempre” detto in un momento particolare della propria vita. Un momento felicissimo, e allora: “Per sempre”. Oppure un attimo di dolore, di sconforto, di angoscia: “Per sempre”.

Un tatuaggio, una promessa di matrimonio, un impegno con un amico o con la patria. Spaventa, promettere per sempre: perché il sempre è un abisso dentro al quale non si può scorgere nemmeno un’ombra, un’appiglio. Un abisso che si illumina a ogni nostro passo in avanti, o in qualsiasi altra direzione: se il futuro è un buio nel quale brancoliamo, le nostre scelte sono la lanterna che illuminano i due metri a venire. Poi basta. Per questo il “per sempre” fa paura. Lo si evita, dove si può. Lo si lima, o limita, per quanto senza senso possa apparire.

Dietro il “per sempre” c’è un impegno solenne, l’impossibilità di cancellare – neppure per un istante – ciò che si è giurato. Di fare o di dire. E quante volte giuriamo o promettiamo “per sempre”, ma poi ci tiriamo indietro, coscienti o inconsapevoli di aver rotto quel “per sempre”. Aggiriamo le promesse, trovando scuse o alibi. “Per sempre” un corno.

Francesco Guccini è un “per sempre”. Lo è diventato, almeno per me: esemplare, nel suo piccolo – si potrebbe dire. Perché in tutta la sua carriera ha aperto ogni suo concerti con una canzone, sempre la stessa. Ciascun concerto iniziato con la medesima canzone, una canzone che è anche un ricordo di un’amica – morta negli anni Sessanta. A colpirmi non è il ricordo che Guccini, nonostante gli anni, ha continuato a tributare alla sua amica: quelli sono fatti suoi. Mi colpisce la costanza con la quale Guccini abbia tenacemente aperto i suoi concerti allo stesso modo, sempre uguale: alla fine era diventato un classico, anche per gli spettatori. Ma farlo per quarant’anni, è costanza ferrea. È la voglia di fare davvero “per sempre” quella cosa là.

Mi piace pensare a Guccini che, dopo aver scritto quella canzone e averla suonata per la prima volta su un palco all’inizio del concerto, in preda alla nostalgia e con qualche lacrima di commozione a inumidirgli un occhio, abbia promesso a se stesso di fare Canzone per un’amica sempre per prima ai concerti. Non solo per ricordare. Ma per stabilire quel legame che Guccini canta nei suoi versi, alla fine: “Voglio però ricordarti com’eri/Pensare che ancora vivi/Voglio pensare che ancora mi ascolti/E che come allora sorridi/E che come allora sorridi”.

Perché, forse, nel “per sempre” non c’è solo l’abisso futuro: ma anche la speranza di non essere soli.

[Canzone per un’amica – Youtube]

Written by Pitrocchio

18 gennaio 2014 at 16:09

Come era cambiato Freddy

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L’altro giorno non so quale canale televisivo musicale trasmetteva un video dei Queen, Somebody to love. Era l’ultima parte e me lo sono guardato fino alla fine, sorridendo nel vedere un Freddy Mercury con i capelli lunghi e senza baffi. Ben lontano dall’iconica immagine che conservo di lui nella mia mente, pettinato da damerino e con dei baffoni che solo Stalin.

«Come era cambiato Freddy», ho pensato. E chissà come sono cambiato io, nello stesso lasso di tempo passato tra il video del 1976 e gli ultimi concerti dei Queen – circa dodici anni, se non ricordo male. Perché anche io sono cambiato, di molto, in dodici anni e non solo fisicamente (sono ingrassato e ho perso un po’ di capelli. Cazzo). Ho smesso di pensare che tutto sia risolvibile se hai degli amici con cui dividere le difficoltà, perché le difficoltà vanno e vengono indipendentemente dalla tue compagnie e dagli impegni che dispensi per vincerle. Ho capito cosa vuol dire ‘ferie pagate’, cosa si prova quando squilla il telefono nel cuore della notte e senti una voce cara che dice «Vieni a prendermi, ho bocciato» e l’orgoglio per i successi altrui.

Non mi preoccupo più della portata sociale dei miei sabato sera e del luccichìo della mia auto parcheggiata in fondo alla via. Non cerco più di somigliare a qualcuno, né di fare finta di essere impegnato in qualcosa di molto importante mentre in realtà penso alla ragazza con gli occhi chiari e i capelli neri che ascolta gli Offspring («Ma solo fino a Ixnay on the Hombre!»). Ho ancora qualche incubo che mi fa urlare all’improvviso, mentre dormo, con buona pace di chi dorme con me, ma da molto tempo ormai non spreco il mio intelletto a pensare a piccole bagatelle post-adolescenziali o a piccoli problemi di cuore che si consumano tra un sms e un’uscita serale da concludersi nel parcheggio di un centro commerciale chiuso.

Prendo appunti su tutto, quello sì, non è cambiato, scrivo di più e meglio di dodici anni fa, ma rileggo meno perché sento di avere sempre meno tempo a disposizione, penso sempre un sacco prima di prendere una decisione – e a volte non la prendo affatto – ogni tanto come allora mi faccio scorrere addosso le decisioni, anche se ora penso anche a un piano di fuga alternativo. Mi annoio qualche volta, e mi piace, perché la noia mi dà stimoli. E per la prima volta in vita mia so due cose: cosa voglio farne, della mia vita, e con chi voglio passarla.

Se possibile, senza ascoltare troppe volte Ixnay on the Hombre.

Written by Pitrocchio

8 gennaio 2014 at 15:45

A Torino? Manca solo il mare

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Nel 2007 è uscito un documentario su Torino, intitolato Surfin’ Torino e girato da Davide Dileo (se dico Boosta dei Subsonica vi piace di più?) e Chiara Pacilli. Se ieri sono riuscito finalmente a guardarlo è solo merito di una fortunosa serie di coincidenze, che non è il caso di approfondire.

Di certo mi è piaciuto guardarlo e riconoscere luoghi e panorami a me noti, a volte anche cari. Direi che è abbastanza curato, qualche spunto di riflessione lo tira fuori e per il resto passa veloce e ben ritmato in un’oretta – minuto più, minuto meno. Lo scopo del doc era mostrare l’onda lunga che è nata negli anni Ottanta a Torino e che ha portato la città oggi a essere in fermento culturale, perlopiù musicale a dire la verità. Il taglio è centrato su questi temi e sul confronto con la vulgata che vorrebbe Torino città della Fiat per antonomasia: se mai c’è stata equipollenza tra Torino e Fiat, questa si è persa con la crisi occupazionale appunto degli anni Ottanta – almeno a quanto si capisce dal video. Tutto si gioca tra l’altezzosità sabauda (“A Torino non manca niente”) e l’oggettiva mancanza di un elemento geografico, il mare, che non è – però – assoluta: «Infatti c’è aria di mare. Non è mica necessario che ci sia per vederlo, il mare. È che a volte lo vedi galleggiare in un mojito, quando il sole tramonta e i Murazzi [*] fanno trenta gradi fuori e dentro i bicchieri. Altre volte lo senti nell’aria dove respiri la possibilità, quella strana sensazione che tutto possa accadere e che tutto quello che sogni possa avverarsi lì, così, da un momento all’altro. Ed è la stessa folle ed esilarante sensazione che all’improvviso davvero tu da dietro una collina possa a un certo punto vedere…il mare».

Non si è parlato di molti altri aspetti (e le interviste ai fratelli Elkann sembrano più che altro un omaggio a una Dynasty delle nostre latitudini), ma guardato una città in movimento come la potrebbe descrivere – guarda un po’ – un influente musicista torinese dell’ultimo ventennio: il nome di Boosta non è solo una firma famosa, ma un vero e proprio programma editoriale. Con lui si passa attraverso il club e la movida, l’underground e l’ex-underground osservando con compiacimento quanto migliore sia diventata la Torino che ha scoperto la sua vena artistica: tutto vero ( e tutto bello), ma mi è parso mancasse qualcosa.

Se è vero che Torino non è (più) la città della Fiat, è anche vero che oltre la Fiat c’è un mondo più esteso dell’orizzonte culturale, pur importante. Un bel lavoro, lo ammetto, ma che forse risulta un po’ parziale – non superficiale – ma da riconsiderare alla luce di quello che Torino è stata negli ultimi anni e soprattutto alla luce di quel che vuole essere ‘da grande’.

[*] Nota per i diversamente torinesi: i Murazzi sono una zona di Torino sul lungo Po che hanno ospitato per anni locali e un centro sociale che hanno attirato gente di tutti i tipi, dai fighetti agli alternativi. E da dove arrivano i Subsonica. E dove ora non c’è più niente (vuoi approfondire? Parti da qua).

Written by Pitrocchio

24 dicembre 2013 at 15:54

La canzone perfetta

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Ai tempi dell’università, quando avevo molte cose da fare e poca voglia di farle – ergo avevo molto tempo libero – spendevo moltissimo tempo con un amico con il quale ho perso i contatti nel corso degli anni, prevalentemente per colpa mia: il resto della colpa lo lascio a chi ha voglia di prendersi un pezzetto di croce altrui.

Comunque, uno dei passatempi per due ventenni diversamente sani senza uno straccio di ragazza era la musica: ne ascoltavamo pure troppa, per essere due stonati incapaci di suonare alcunché all’infuori del citofono di casa. Ascoltavamo, e ci sfidavamo a chi trovava la canzone più bella, la canzone simbolo di qualcosa (meglio se “di tutto”. Cosa volesse dire quel “tutto” è argomento ancora da dibattere). Cercavamo la canzone perfetta, quella che ognuno – davvero chiunque – avrebbe voluto scrivere. Il miglior connubio immaginabile tra musiche e parole, tra portata sociale e (in)successo commerciale.

Ne abbiamo vagliate così tante che, oggi, non saprei nemmeno dire su quali ci fossimo concentrati. In seguito le nostre strade si sono separate, per le cause vagamente e vanamente anticpate sopra. Ieri sera ho pensato a una melodia, ma mi sfuggiva di quale canzone si trattasse. Poi, alla fine, la rivelazione: Litfiba, Eroi nel vento.

Written by Pitrocchio

17 dicembre 2013 at 10:37

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La mia questione meridionale

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C’è una canzone che sto ascoltando spesso ultimamente, anche se non è del mio genere preferito. È un rap di Clementino, s’intitola O’ vient. Un ritornello in dialetto napoletano, un testo contro la mancanza di prospettive soprattutto per chi inventa (musica, arte, foto, film, libri). Allude anche all’emigrazione, all’America lontana che era unico miraggio cent’anni fa per tanti avi di tante persone.

Allude, e io mi metto a pensare al fatto che le mie origini risalgono a posti da cui la gente che poteva farlo scappava, perché si viveva male – poveri e schiavi di un potere, a scelta fra lo Stato e la camorra. E penso che ho deciso di diventare un meridionalista a prescindere. Tutte le volte che qualcuno mi vorrà parlare male del Sud, risponderò non solo parlandone bene, ma denigrando il resto, il Nord, il Centro o quel che è.

Perché, lo ammetto, sono stanco di questioni meridionali a prescindere, di settentrionali che hanno qualcosa di brutto da dire sui meridionali – senza magari conoscere, o capire – il Sud di cui tanti parlano. Di cui tutti parliamo.  Sono stanco di battute, di frasi tipo “Ma tanto giù da voi è così”, oppure di commenti con un retroterra non detto di razzismo e ignoranza.

Mi hanno preso in giro e, a volte, mi hanno fatto provare vergogna per le mie radici – rinnegare quello che sono, da dove venivo, per essere lasciato in pace, non dico accettato, ma almeno lasciato in pace. Mi hanno fatto annuire ai discorsi di chi il Sud l’ha visto dalla camera di un albergo a quattro stelle, di quelli che hanno scritto guide turistiche sul Sud che mettono in guardia dall’incapacità dei meridionali di rispettare le regole del Codice della strada.

Però, adesso basta. Sono stanco. La mia questione meridionale, oggi e domani, è la mia voglia di andarci, in Meridione.

Written by Pitrocchio

22 ottobre 2013 at 15:48