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Spalle al muro, e il futuro è lì dietro

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Giocare d’azzardo con la dignità delle persone

Non mi piace parlare per generazioni astratte, parlando di gruppi che esistono per lo più a livello mediatico, però questa volta mi pare necessario, utile e doveroso. Mi riferisco alla generazione dei precari, quelli che hanno avuto in eredità dai padri e dai fratelli maggiori un mondo del lavoro che parcellizza diritti e spezzetta i contratti in infiniti ricorsi a prorogh e tempi determinati.

Una generazione che si è trovata nel mezzo di una transizione, un passaggio vorticoso che non è stato colto nella sua interezza agli inizi. Lo hanno detto in molti, la varietà di esperienze e la capacità di adattarsi a molteplici mansioni o contratti o tipologie di lavoro non è precarietà: eppure, nel mondo occidentale le politiche lavorative hanno virato proprio verso la precarizzazione con un ottimismo immotivato, un’incapacità di cogliere i rischi di una simile evoluzione e una miopia ostinata e ostentata nel voler leggere solo aspetti positivi dai contratti a tempo determinato, dalle leggi sugli stage o sull’alternanza scuola-lavoro.

I ‘cervelli in fuga’ sono diventati l’ennesima espressione abusata usata dai giornali (come la “cocaina purissima” che viene evocata ogni volta che avviene un sequestro da parte delle forze dell’ordine). Un’espressione utile a identificare, indicare, etichettare: ma incpace di vedere cosa c’è al di sotto di quei ‘cervelli’. Ma l‘assenza di politiche giovanili e lavorative, o l’insufficienza di queste, ha portato a una leggera indifferenza verso il destino di tutto quello che esiste dal cervello in giù di tanti ragazzi e tante ragazze che si barcamenano nel tentativo, a volte maldestro, di tenere ‘la barca pari’ fra ambizioni legittime, sogni che spesso si infrango e una realtà cinica.

Ho riletto la lettera, forse un fake, come riporta Il Fatto quotidiano, del ragazzo trentenne di Udine che si è suicidato: quel Michele che parla di “furto della felicità“. Ora, a prescindere dalla realtà o dalla verisimiglianza della lettera (a proposito, l’Ordine dei giornalisti ha disposto verifiche sull’operato del giornale che per primo ha pubblicato l’articolo?), questa immagine forte mi fa venire in mente tutta una serie di persone dall’enorme potenziale e che ancora, a 30 anni o forse più, sono ancora dei mezzi adoloscenti, perché sembra che la società non li voglia. Perché visti come qualcosa che non serve, che deve aspettare il proprio turno, che si conquisti ogni mezzo centimetro cubo di ossigeno per respirare.

Io adesso ho 34 anni, ma a giugno ne compirò 35. Sono un precario. Ho studiato all’università, ma la mia laurea è solo un pezzo di carta appeso al muro, un pezzetto di oergoglio per me, i miei genitori, mio fratello e la mia fidanzata. Se penso alla mia situazione, mi vedo con le spalle al muro – sempre più con le spalle al muro. “Con il futuro qualcuno ha giocato d’azzardo”, cantano i Subsonica in una loro canzone: verosimilmente, quel qualcuno ha perso e ha scaricato rischi e perdite sulle pedine che nella società hanno meno di 40 anni, non hanno figli perché non possono averne, che sono chiamati a lavorare per tre mesi, o sei quando va bene, a leccare il culo a qualche capettto o sindacalista per lasciarsi illudere che sì, un giorno arriverà il posto fisso o una piccola stabilizzazione che riguarderà anche te.

Il serbatoio dell’ottimismo si sta svuotando, quello della buona volontà continua a resistere e pure quello della volontà di sfidare un destino che sembra già scritto. Ma il problema è la disperazione, cioè la mancanza di speranza: se è vero che “c’è un’ipoteca anche sulla tua dignità“, allora il peggio ha da venire.

Written by Pitrocchio

21 febbraio 2017 at 17:28

Due belle bonifiche mai iniziate o terminate

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A Ciriè e Balangero, in provincia di Torino, due casi simbolo.

Oggi è il 22 gennaio e in provincia di Torino, scortata da un paio di gazzelle dei Carabinieri, è arrivata una piccola delegazione parlamentare che ha in agenda la visita di alcuni siti inquinati e bisognosi di una bonifica.

Si tratterebbe di bonifiche urgenti, o quantomeno importanti, che non sono mai iniziate o che stentano ad arrivare a conclusione: chiaro, mancano i soldi. Denaro ce ne vorrebbe a palate, per mettere a posto due monumenti all’inquinamento: uno è il sito dell’ex-Ipca, fabbrica di coloranti chiusa da decenni che ancora rappresenta una bomba ecologica per la città di Ciriè. La sua storia è stata riassunta molto efficacemente dal blog Piemonte fantasma, che ha una serie di interessanti articoli sui luoghi abbandonati e dimenticati del territorio. L’altra è l’ex amiantifera di Balangero, ugualmente chiusa per ovvie ragioni, e che per anni è stata la cava di amianto a cielo aperto più grande d’Europa. Qui la bonifica è partita, anche se è lontana dal punto di arrivo: del resto, fare danni è più facile che ripararvi, e le spese preventivate sembrano non finire mai.

Oggi, in questi due luoghi c’è stata la delegazione parlamentare. L’ultima di una lunga serie, forse una decina negli ultimi 15 anni. Il 10 marzo 2015 era andato a Ciriè e Balangero anche il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che aveva fatto un suo sopralluogo: dopo la visita, il sito del ministero aveva pubblicato anche un comunicato stampa in cui Galletti auspicava la bonifica del sito e prometteva impagno a sbloccare i fondi. Soldi, ovviamente, non ne sono arrivati. Né, di fatto, qualcuno li ha cercati: perché chissà cosa ci si potrebbe trovare, fra gli scheletri di quella che un tempo era chiamata con poca fantasia ‘la fabbrica della morte’. Pozzi senza fondo di guai, e di spese. Idee e suggerimenti per il ‘dopo-bonifica’ ne sono stati fatti a iosa, ma in realtà niente si è trasferito dalle parole alla carta.

Così, anche oggi, la politica è venuta a interessarsi ‘dei territori’. Lodevole. Ma, credo, inutile: non ci saranno risposte alle richieste di bonifica. I soldi mancano, la progettualità vacilla e le priorità di questo Paese sono altre. Lo posso capire, ma per questa ragione mi chiedo se un’utilità l’avranno mai queste visite: non è cambiato niente all’Ipca di Ciriè dall’ultima visita del ministro. Perché tornare ora?

Non che siano mancati il clamore per la vicenda o i riflettori della tv: poco più di un mesetto fa, Striscia la notizia ha mandato in onda un servizio girato in estate proprio all’interno dell’ex Ipca, con tanto di intervista al Sindaco ciriacese. Senza dimenticare le notizie che di tanto in tanto arrivano sul mondo amianto: dal Das fatto con l’amianto balangerese, alle vicende giudiziarie che riguardano l’Eternit.

ipca2016

Interviste per il TgR Piemonte al termine del sopralluogo della delegazione parlamentare

Written by Pitrocchio

23 gennaio 2016 at 13:34

Pubblicato su Photo-mania, Reality

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L’amara scoperta per Salvini di non essere ospite gradito

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Il visto negato dalla Nigeria è una sonora lezione, ma solo per chi ha l’intelligenza di capirla

Lo so che la notizia, passate le 48 ore, è vecchia. Ma mi piace troppo quello che è successo a Matteo Salvini con il visto per andare in Nigeria: visto negato, per chi non lo sapesse. In un colpo solo, il buon Salvini fa una colossale figuraccia e smentisce se stesso.

Perché costui saltella da un palco televisivo a quell’altro, da un’intervista sulla carta stampata a un comizio, dicendo che i migranti, i profughi, i richiedenti asilo (che lui assimila in un’unica categoria: clandestini) spendono così tanti soldi per fare il viaggio verso l’Europa in maniera illegale che non possono essere dei ‘disperati’.

Hanno i soldi (perché li spendono per il viaggio della speranza, senza garanzie di arrivo) e sono stupidi (perché, viaggiando legalmente, ne risparmierebbero un bel po’ e avrebbero maggiori garanzie di arrivo, sani e salvi). Un ragionamento che non fa una piega? Per la verità, un sillogismo errato, smascherato proprio dal visto negato dalla Nigeria: uno Stato da cui la gente scappa per le più disparate ragioni, per la povertà, per la paura di Boko Haram, per l’insicurezza di vivere in un Paese che non garantisce un futuro nonostante la presenza di enormi ricchezze nel sottosuolo. Uno Stato che nega il visto a un parlamentare europeo.

Hai visto, caro Salvini, che non è così facile viaggiare? Hai capito perché dall’Africa, spesso i migranti cercano di scappare illegalmente? Hai provato un po’ di fastidio nel vederti negare un visto per il quale avevi fatto tutto ciò che la burocrazia ti chiedeva? Pensa che, ogni giorno, a parti rovesciate, un nigeriano che prova ad allontanarsi dal suo Paese per migrare in Europa si vede recapitare la stessa risposta: “No”. Con la sola, ma non marginale differenza, che al posto di avere di che mangiare, svagarsi, lavorare, godere, amare, gioire ogni giorno ha la miseria.

E poi ti chiedono perché “Mai con Salvini”. Perché? Perché è l’emblema della stupidità e della superficialità. Perché è disumano.

Written by Pitrocchio

2 ottobre 2015 at 18:27

Pubblicato su Reality kills

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Le 100 province del comma 100

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Dove saranno inviati i 100mila insegnanti da assumere con il piano straordinario 2015/16?

Ora che la ‘Buona scuola’ è legge da quasi un mese, mi guardo attorno e mi domando se il mondo dell’educazione italiana sia migliorato, o se cominci a respirare il vento dell’innovazione e del cambiamento – in meglio – previsto dal primo Ministro Renzi.

Me lo chiedo pensando a quelle persone che intendono entrare a fare parte del piano straordinario per le assunzioni 2015/16. Si parlava di 100mila assunzioni – la manna dal cielo! Thank you, mister President – pronte a entrare stabilmente nella scuola. Un esercito di neoassunti, tutti forgiati nel fuoco lento del precariato e dell’incertezza economica. La legge 107 parla proprio di loro al comma 100, descrivendo le tre fasi in cui si dipana il percorso per l’assunzione. Tutte, come da italica tradizione, estremamente complicate. Ecco il comma 100:

I soggetti interessati dalle fasi, se in possesso della  relativa  specializzazione,  esprimono l’ordine  di  preferenza  tra  posti  di  sostegno  e  posti  comuni. Esprimono, inoltre, l’ordine di preferenza tra tutte le  province,  a livello nazionale. In caso di indisponibilità sui posti per tutte le province, non si procede all’assunzione.

Traduco? Per essere assunto, un insegnante precario di Pordenone deve mettere in fila tutte le province d’Italia su un pezzo di carta, inserendo nelle prime posizioni le province a lui più gradite per lavorarvici. E poi a scalare tutte le altre. Il senso di tutto ciò? Lo ignoro: magari avessi un Matteo a cui chiederlo.

Rilancio con le Faq pubblicate dal Miur relativamente al piano straordinario suddetto. La domanda 4 è chiara ed essenziale, Come avviene la scelta delle province?, ma è la risposta a essere un po’ disarmante:

Si dovranno selezionare, una per una, le province in ordine di preferenza, ordine che sarà seguito dalla procedura nell’assegnazione del primo posto disponibile da proporre al candidato per la nomina.
L’aspirante deve indicare l’ordine di gradimento delle 100 province proposte dalla funzione disponibile. La scelta può essere effettuata in base alla regione di appartenenza o in ordine sparso.

Grazie, Miur, per avermi suggerito che posso scegliere le province dove lavorare secondo il ben noto criterio dell’antica Roma, ad minchiam. Infine, la domanda 17, che chiede lumi su quali siano le province per le quali è posibile esprimere la preferenza, ne esclude alcune (per curiosità vorrei conoscerne il motivo):

Sono tutte le 100 province italiane ad eccezione di quelle di nuova istituzione che non sono esprimibili: Monza e Brianza, Barletta Andria Trani, Olbia Tempio, Ogliastra, Carbonia Iglesias, Medio Campidano, Fermo.

Tutto ciò semplifica la scuola italiana? Rassicura le centinaia di migliaia di precari dell’insegnamento in Italia? Che questa non fosse una buona riforma lo sospettavo da tempo. Che potesse ingarbugliare ancor di più la macchina organizzativa della scuola era un’ipotesi da verificare – che, però, non ha tardato a manifestarsi. Quanto tempo occorrerà per incrociare i dati sui posti vacanti e disponibili nelle nostre scuole e quelli delle domande, corredate dalle liste di preferenza delle 100 province, di ciascun canditato a un posto fisso?

Davvero non esistevano altri modi per selezionare il personale di cui la scuola ha bisogno? Gli Uffici scolastici provinciali (Usp) sanno bene quali sono i posti vacanti temporaneamente (magari per maternità o per aspettativa) e quanti quelli vacanti definitivamente. Perché non assegnare a ciascun Usp il compito di bandire ciascuno un proprio piano di assunzioni realmente basato sulle effettive necessità delle scuole di una determinata provincia?

E, per concludere, perché il comma 100 specifica che “In caso di indisponibilità sui posti per tutte le province, non si procede all’assunzione”? Non sarà mica che il Miur sa già che delle 100mila assunzioni promesse da Renzi, ne saranno in realtà consentite molte di meno?

Written by Pitrocchio

9 agosto 2015 at 10:31

Ma dove vai, se l’abilitazione non ce l’hai

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L’onorevole Ascani, il Tfa non concluso e il senso di sfiducia verso le istituzioni

Ho parlato molto di scuola ultimamente, e ancora penso di farlo. Non soltanto con questo post. Credo in questo argomento, credo che riflettere pubblicamente di ciò che sarà (o di ciò che si vorrebbe fosse) la scuola non sia sterile esercizio di stile. Purtroppo, c’è spesso molta confusione: quando si parla di un certo argomento bisognerebbe quantomeno studiarlo un pochettino, ed è per questo che cerco di non avventurarmi in certi discorsi che travalicano le mie conoscenze.

E vorrei partire proprio da ciò che uno sa in materia di questo o di quello. Perché nei giorni scorsi c’è stato un discreto subbuglio, specialmente sui social network, a proposito di una giovane parlamentare del Pd, l’onorevole Anna Ascani, membro della commissione Cultura della Camera che ha licenziato poche settimane fa il testo della cosiddetta Buona scuola. La ragazza difende il Ddl, ne spiega i risvolti dandone – ovviamente – una lettura molto positiva: espone le modifiche, gli emendamenti e fa un po’ di polemica a distanza con il Movimento 5 Stelle. Tutto questo dal palco della propria fanpage di Facebook.

Sulla stessa bacheca pubblica, la deputata si è detta vittima di una «gittata di fango che non si riserva a mafiosi, corrotti o ladri». Il motivo? L’onorevole aveva dichiarato di aver conseguito l’abilitazione all’insegnamento tramite Tfa, anche se – nei fatti – non era vero. “Non concluso” campeggia, ora, nel suo curriculum pubblicato nelle pagine del suo sito. La questione ha fatto infuriare il popolo di insegnanti precari, un numero non certo sparuto, che – su quella bacheca pubblica – le si è rivoltata contro (non che prima ci fossero state tante occasioni di scambi di tenerezze). E qui mi fermo: sottolineo due fatti, tanto per cominciare. La storia del Tfa non finito è stata chiarita a posteriori, quando sarebbe stato forse più conveniente non suggerirne il possesso dall’inizio della vicenda: l’onorevole non avrebbe dovuto ‘difendersi’ quando è scoppiata la polemica. Il che apre al secondo ragionamento: la deputata si è da sempre presentata come una persone che “conosce la scuola”, ne capisce il funzionamento perché in qualche modo vi è addentro: chiaro che il possesso dell’abilitazione da Tfa darebbe una certa ‘patente’ a parlare di scuola e istruzione. In qualche modo, la Ascani si è ‘accreditata’ come titolata a parlare del tema.

Di fatto, la sua formazione nel Tfa si è fermata a 86 ore complessive su oltre 200, come da lei puntualizzato al punto 8 della nota “Adesso basta“, sempre pubblicata su Facebook. Intendiamoci: non è che raccontando queste cose si voglia suggerire che l’onorevole Ascani non sia preparata in materia. Però gli insegnanti, credo a ragione, hanno voluto sottolineare la stridente disomogeneità per la quale molti abilitati e laureati (ne ho parlato qui) perderanno il posto di lavoro a causa di interventi sulla scuola di chi non vi ha mai messo piede da professionista.

Sbirciando qua e là sul web per trovare materiale per questo post, ho trovato un’altra segnalazione, che vorrebbe che la deputata avrebbe scritto sul curriculum di essere in possesso di una certificazione di conoscenza della lingua spagnola di livello C2 (il massimo, “livello di padronanza della lingua in situazioni complesse”), pur ammettendo – nelle righe seguenti – di avere capacità “elementari” in lettura, scrittura e comprensione dello spagnolo. Sul curriculum del sito il livello è aggiornato a un più consono A2 (livello elementare, appunto), ma sul sito Riparte il futuro è ancora disponibile un file pdf del curriculum vecchia versione con la discrepanza. Io credo in un refuso e non in una falsificazione. Ma, al momento, la questione monta: essendo scoppiato il caso, la polemica, ogni parola pronunciata dal deputato Ascani sarà passata al doppio setaccio.

La nota, poi, contiene altri due spunti. Cercherò di essere breve: la deputata sottolinea con il maiuscolo («DICO NO») il proprio rifiuto a trovare scorciatoie che le consentirebbero di ottenere comunque le ore di tirocinio per il conseguimento dell’abilitazione: «falsificare la firma a lezione per raggiungere la percentuale minima», «svolgere un finto tirocinio finto in una scuola», «far “risultare” la frequenza a lezione» e «un tirocinio “semplificato”» (punti 8 e 14). La domanda, forse provocatoria, è: “Chi suggerisce questi escamotage?”. “Denunciare!”, invocano i grillini. L’altra osservazione è di carattere meno tecnico; diciamo che attiene al ‘buon gusto’. Che bisogno c’era di snocciolare l’elenco delle spese sostenute per il Tfa? Non è in discussione il fatto che l’onorevole abbia tentato con un certo profitto di conseguire l’abilitazione secondo i canoni di legge: è in discussione che abbia dichiarato di possedere un titolo che in realtà non possedeva. A meno che, non si trattasse di una pubblica denuncia sul costo esorbitante dei Tfa, Pas e simili: lì, la selezione non si fa solo per concorso (che pure c’è), ma per pecunia.

Concludo: la politica è chiamata a compiere scelte su argomenti grandi e importanti, con la responsabilità che le proprie decisioni non sono solo parole in ‘burocratichese’, ma hanno effetti concreti sulla vita di tanti singoli individui. Tutta la mia solidarietà. Ma la solidarietà va conquistata. Come la fiducia: sono anche i piccoli gesti e i piccoli errori che fanno grande l’antipolitica.

Written by Pitrocchio

11 giugno 2015 at 09:15

Segui la pista metropolitana

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La nuova Città Metropolitana di Torino: tre voti e sei dentro

Domenica 12 ottobre si sono svolte le elezioni di secondo livello per eleggere i rappresentanti politici alla Città Metropolitana di Torino, l’organismo che sostituisce la Provincia (intesa come insieme di Giunta e Consiglio) e che avrà competenze in materia di pianificazione del territorio, mobilità e viabilità, scuole superiori. Così, dal 1° gennaio 2015 avremo un nuovo ente, che va a sostituire in alcuni casi (mica tutti, ci mancherebbe) le vetuste e vituperate Province.

Amen, così sia. Questo vuole l’impostazione politica e sociale dell’Italia figlia di spending review e rottamazione. Un misto di razionalizzazione ordinatrice e tentazione capodannesca di gettare i bicchieri sul pavimento dopo un brindisi. Non che fossi un fan delle Province, si intenda. Ma il sostituirle con un ente ‘capoluogo-centrico’ non mi sembra un’idea giovevole per la salute del territorio, in senso politico chiaramente. Torino, evidentemente, ha le sue peculiarità che sono – giustamente e in modo sacrosanto – difese (oserei dire incarnate) nel suo sindaco in carica, ora Piero Fassino. Amministrare la città è un conto, amministrare la città e la ex Provincia è un altro. Perché il comune di Balme, un centinaio di abitanti, non condivide molte problematiche che vive Torino: case popolari? Cantieri di grandi opere? Delinquenza? La fuga della Fiat? I Murazzi e i locali notturni, con la loro movida? Problemi enormi, ma che a Balme, 1.432 metri di altezza sul livello del mare, non si vivono.

Pensiamo alle strade: il comune di Torino gestisce le sue, comunali appunto. La Provincia gestiva, invece, le proprie. Ora, entrambe le materie sono in mano a Fassino: quale garanzia avranno i cittadini della Città Metropolitana sul fatto che Fassino – o chi per lui, non è un discorso ad personam ma ad caricam – non avrà occhi di riguardo per le strade metropolitane che interessano maggiormente la città che egli amministra come sindaco? O che gravitano attorno a esigenze tutte torinesi e non aviglianesi, villareggesi o pinaschesi? Il punto è che il sindaco del capoluogo della Città Metropolitana diventa automaticamente il sindaco di quest’ultima¹. Trattandosi di un’elezione di secondo livello, non votano i cittadini, ma i loro rappresentanti che loro stessi hanno eletto, ovvero sindaci e Consiglieri comunali. E i voti di preferenza per scegliere i Consiglieri del neonato ente sono ponderati, ovvero ‘pesati’ in funzione del numero di abitanti che sono rappresentati dall’elettore della Città Metropolitana.

In altre parole, il centinaio di abitanti di Balme consegnano al loro sindaco e ai loro (pochi) Consiglieri comunali un peso infinitesimale nella ponderazione per attribuire i voti per il Consiglio metropolitano: cento abitanti pesano meno del migliaio di abitanti di Pomaretto (che pure non è una megalopoli…). Insomma, parafrasando il motto del Movimento Cinque Stelle, “uno non vale uno”. Esempio pratico, documentato alla pagina della Città Metropolitana di Torino: i 3 voti nominali che ha incassato Domenica Genisio, Pd, candidata nella lista “Città di città”, valgono in termini di ponderazione tre volte tanto i 74 ottenuti da Rosanna Giachello, Forza Italia, candidata nella medesima lista. 74 voti nominali pesano un terzo dei 3 voti nominali, probabilmente perché quei 3 voti arrivano da consiglieri di Torino – essendo la Genisio consigliere comunale a Torino e la Giachello ‘solo’ presidente del Consiglio comunale di Chivasso. 3 voti nominali uguale 2.559 voti ponderati, 74 voti nominali uguale 801 voti ponderati.

La Genisio, inoltre, è stata eletta al Consiglio metropolitano: 3 voti nominali su 3.775 disponibili sono sufficienti a ‘vincere’ un’elezione. Paradossi del voto ponderato. Che però accendono un dubbio: può una persona che ha ottenuto 3 preferenze, al di là di qualsiasi osservazione etica o di carattere professionale, rappresentare le complessità di un territorio così sfacettato come quello di una Provincia, ancorché ‘ex’? Lo vedremo.

¹ Articolo 1 della legge 56 del 7 aprile 2014, comma 19: «Il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo», anche se il comma 22 smorza la cosa, sostenendo che «Lo statuto della Città Metropolitana può prevedere l’elezione diretta del sindaco e del consiglio metropolitano con il sistema elettorale che sarà determinato con legge statale».

Written by Pitrocchio

16 ottobre 2014 at 20:10

Una bufala si battezza in meno di mezz’ora

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Il social network azzera i tempi di diffusione di una notizia falsa. Ma chi la smaschera?

Non sono un grande fan di Facebook, né tantomeno di quei contenuti (in genere immagini recanti scritte in caratteri maiuscoli) che si accompagnano a esclamazioni tipo “Massima diffusione prego”, “Condividete la gente deve sapere” et similia. In linea di massima trovo soddisfazione nell’ignorare queste frasi, tali perentori inviti all’indignazione e alle successive e consequenziali richieste di sollevazione popolare in nome di “giustizia”, “verità”, “lotta alla casta” et similia.

Questa sera, invece, il messaggio allarmistico che avrebbe dovuto suscitare in me rabbia contro i politici ha acceso il secchione che alberga comodamente in me. E sono andato ad approfondire, come dovrebbe fare un qualunque povero cristo che vuole farsi una qualunque idea sul mondo in cui vive. Partiamo dall’inizio, ovvero dallo scandalo in questione: la legge Amato 338 del 2000. La conoscete? Io non la conoscevo. Per questo ho cercato su un motore di ricerca la legge in questione. Viene fuori che è la legge Finanziaria approvata a fine 2000 per il 2001 (abbisogni di una rinfrescatina sul periodo storico italiano? Wikipedia può darti una mano). È una legge importante: 158 articoli e sei allegati (credo. Su questi ho perso il conto).

Il solerte indignato che ha prodotto il messaggio da condividere sui social network ha giustamente pensato di riassumerne il contenuto per chi non fosse a conoscenza degli oscuri misteri contenuti nella suddetta legge. Testualmente, e al netto di grassetti, di maiuscole a caso, di punti esclamativi elargiti a profusione e di variazioni cromatiche insensate, l’allarme così recita:

«Secondo questa legge gli extracomunitari con carta di soggiorno possono richiedere all’Inps la pensione per i propri genitori o parenti con più di 65 anni anche se abitano all’estero! Anche se non sono mai stati in Italia! Anche se non hanno mai versato un contributo allo Stato italiano!»

Chiaro e succinto: per fare di meglio avrebbe dovuto affermare “pensioni a cani e porci“, compensando il calo del numero di parole con manciate di punti esclamativi. Ma non basta:

«Immigrati senza diritti ricevono una pensione di 550€ al mese e non hanno mai versato un soldo in Italia! Mentre i pensionati italiani che hanno pagato una vita, se la sognano una pensione del genere!»

Dopo 484 caratteri (il conteggio, spazi inclusi, lo ha fatto il word processor) e 25 punti esclamativi (il conto l’ho fatto io, prendetelo col beneficio del dubbio), la chiusa con l’invito finale:

«È vostro dovere far conoscere questa vergogna! Diffondete!»

Altri cinque punti esclamativi esaltano il valore drammatico del dispaccio dalla resistenza.

Ora, la butto lì, con 2 milioni di immigrati in Italia, 550 euro al mese farebbe all’anno 13.200.000.000. In euro. Considerato che, secondo l’Istat, gli stranieri in Italia al 1° gennaio 2013 erano 4.387.721, il calcolo restituisce questa cifra: 28.958.958.600. Poco meno di 29 miliardi di euro che servirebbero, per i complottisti, a pagare una pensione a ciascun genitore o comunque parente ultra-65enne degli immigrati residenti in Italia con permesso di soggiorno. Per fare un paragone, la Finanziaria 2011, valeva 5,7 miliardi di euro: meno di un quarto di quanto – secondo i resistenti abbeverati alla sacra fonte della Verità – l’Italia darebbe ai genitori degli immigrati in Italia.

Cifre che, secondo me, flirtano con la follia e cozzano con la logica razionale di cui dovremmo tutti essere equipaggiati. Abbandonando la matematica per darmi alla lettura delle fonti – mon dieu! Le fonti! – entro nella legge 338 del 2000 che, al comma 19 dell’articolo 80, recita:

«Ai sensi dell’articolo 41 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, l’assegno sociale e le provvidenze economiche che costituiscono diritti soggettivi in base alla legislazione vigente in materia di servizi sociali sono concesse alle condizioni previste dalla legislazione medesima, agli stranieri che siano titolari di carta di soggiorno; per le altre prestazioni e servizi sociali l’equiparazione con i cittadini italiani è consentita a favore degli stranieri che siano almeno titolari di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno»

Ovvero: se uno straniero con permesso di soggiorno si trova nelle condizioni di richiedere e ricevere un assegno sociale (la vecchia pensione sociale), potrà riceverlo al pari di un cittadino italiano. E questo perché? Sulla base dell’articolo 41 citato all’inizio e che, a sua volta, recita:

«Gli stranieri titolari della carta di soggiorno o di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno, nonché i minori iscritti nella loro carta di soggiorno o nel loro permesso di soggiorno, sono equiparati ai cittadini italiani ai fini della fruizione delle provvidenze e delle prestazioni, anche economiche, di assistenza sociale, incluse quelle previste per coloro che sono affetti da morbo di Hansen o da tubercolosi, per i sordomuti, per i ciechi civili, per gli invalidi civili e per gli indigenti»

In sintesi, che già ho scritto troppo: lo Stato italiano riconosce il diritto all’assistenza sociale ai cittadini italiani e agli stranieri regolari, che hanno il permesso di soggiorno (e che dunque lavorano in Italia e qui pagano le tasse), estendendo il diritto anche ai figli minorenni di questi ultimi, purché denunciati nel permesso di soggiorno. Altro che prebende ai parenti o genitori che vivono all’estero. Altro che vergogna.

Un’ultima considerazione, un po’ populista forse: il tempo per condividere una notizia farlocca non supera la trentina di secondi. Il tempo per informarsi spazia dai cinque ai venti minuti, tanto per rimanere sul superficiale.

Ne vale la pena? Per qualcuno, forse, no.

Piccolo bonus, l’immagine tratta da Facebook.

Conoscete la legge Amato 338 del 2000? Secondo questa legge gli extracomunitari con carta di soggiorno possono richiedere all’Inps la pensione per i propri genitori o parenti con più di 65 anni anche se abitano all’estero! Anche se non sono mai stati in Italia! Anche se non hanno mai versato un contributo allo Stato italiano!!!!! Immigrati senza diritti ricevono una pensione di 550€ al mese e non hanno mai versato un soldo in Italia!!!!!!!!!!! Mentre i pensionati italiani che hanno pagato una vita, se la sognano una pensione del genere! È vostro dovere far conoscere questa vergogna!!!! Diffondete!

Il testo condiviso sui principali social network

Written by Pitrocchio

20 agosto 2014 at 01:26